mercoledì 17 febbraio 2021

costruire insieme un mondo migliore




Viviamo in questo tempo l'urgenza di una fratellanza , a parole ci reputiamo fratelli , senza distinzione di sesso, razza, cultura eppure di fatto questa differenza ancora  la viviamo, quanto sarebbe bello  iniziare a vivere e  vedere l’altro come fratello da includere e non separare o distruggere, abbiamo bisogno di trovare la via della mediazione  per  dialogare serenamente con tutti,  animati dal profondo desiderio di capire la persona  che ci sta davanti per farla sentire amata, accolta e compresa, l’altro non è mai un nemico ma un fratello che magari la vede diversamente da noi  per le sue esperienze, ma  è per noi  un’occasione di crescita, non possiamo vivere senza prenderci cura di questo  “Noi” disatteso da lungo tempo. Dovremmo acquisire la mentalità della ricchezza dell’altro dove all’indifferenza si sceglie l’apertura, dove il più debole diventa un punto di forza ma per fare questo dobbiamo necessariamente tornare all’amore con la A maiuscola… a quell’amore che dona senza nulla e che ci regala la vita eterna, è lo stesso vangelo ce lo ricorda quando scrive:” 
In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me. .Mt25,40 “ Abbiamo bisogno di tornare come pecorelle smarrite al Padre , che abbiamo perduto seguendo i nostri idoli, magari  il benessere , vivendo le comodità,  e cosi’ ci siamo impoveriti sia a livello spirituale che economico dando priorità al superfuo. Oggi nella liturgia delle ceneri abbiamo sentito” se oggi ascoltate la Sua voce non indurite i cuori” Salmo 94, lo stesso versetto che San Francesco ha vissuto nella sua persona, ed ha ascoltato la voce di Dio nella natura, del malato, del povero  diventando uno stile di vita per lui, rendiamolo anche nostro questo versetto rimanendo in ascolto.

 Siamo in quaresima , la campanellina è suonata ….

Siamo  invitati a tornare sulla retta via  e cercare la Grazia di Dio, a guardare tutti gli uomini  e donne con pari dignità , Ancora oggi  e’ necessario una politica inclusiva viviamo fenomeni di esclusione, maltrattamenti violenze, persone private  della libertà  con l’inganno o con la costrizione fisica o psicologica, in altri, la frustrazione, la solitudine, la disperazione  fanno emergere focolai di tensione indebolendo il sogno di costruire insieme una fratellanza incapaci di vedere che siamo tutti sulla stessa barca e anziché unire le nostre forze cadiamo nel triste inganno che cio’ che vorremmo sia un’utopia, e quanti conflitti per negare i diritti religiosi, razziali, incapaci di capire che la brutalità, la sofferenza alimenta la sfiducia, Il migrante è colui che sfugge dal paese nativo per fuggire da guerre da persecuzioni, per salvare se stesso e la sua famiglia, è un fratello che  ha bisogno di una mano tesa e invece si ritrovano ad essere protagonisti del proprio riscatto, non dimentichiamo che tanti dei nostri antenati sono partiti come loro verso una terra che offriva maggiori opportunità di lavoro,  proviamo  a comprendere i loro timori , a far cadere le barrieredettate dal nostro io ed essere capaci di vedere Dio in ciascuno,  proviamo a  vivere di gratitudine , comprendere i timori degli altri e  allargare i nostri orizzonti, non serve prevaricare sull’altro ma accettarlo e amarlo per quello che è, il conflitto  rende debole anche il vincitore, e ci allontana dal centro: ll cuore di Dio. L’uomo deve camminare con suo fratello e non difendersi da lui.. Il covid 19 in un primo momento ci ha ridato questa spinta globale verso il bene comune dove il male dell’uno era anche quello dell’altro , la tempesta ha smascherato la nostra vulnerabilità per cercare il bene dell’altro e di se stessi e riconoscerci fratelli. Questo grande dolore speriamo serva a riconoscerci gli uni debitori dell’altro, La vera saggezza presuppone l’incontro con la realtà, il metterci seduto ed ascoltare l’altro, supera il narcisismo e permette l’ascolto attivo. Facciamo anche noi fruttificare questo amore totale , incondizionato per il bene di tutti, possiamo creare insieme la verità di un dialogo pacato una discussione appassionata, un cammino perseverante capace di raccogliere con pazienza l’esperienza dei popoli cosi’ belli nella loro diversità, nella loro identità, nelle loro tradizioni… Amare è il contrario di dominare perché dominare significa demolire l’autostima di qualcuno per comandarlo, malgrado queste ombre Dio è capace di spezzare ogni catene e seminare percorsi di speranza perché  è l’unico capace di riempire il nostro cuore e porlo a fare un capolavoro nella nostra vita. 

Allora cosa aspettiamo…partiamo affinché Passo dopo passa….. la strada si apra

tratto da Enciclica di Papa Fracesco

venerdì 8 gennaio 2021

Costruiamo un mondo migliore

 



Abbiamo finalmente salutato il 2020, un anno abbastanza impegnativo, drammatico, ma che ci ha educato all’essenziale, ci ha educato a guardare il cielo e spero ad affidarci a Dio e dare importanza alle cose che valgono, abbiamo imparato a vedere l’altro come un valore e non come un impedimento e a prendercene cura accettandolo nonostante le debolezze di entrambi.  In questo tempo di dolore però al nostro fianco ci sono stati laici, sacerdoti, consacrati e come dimenticare tutto ciò che il Santo Padre Papa Francesco ha fatto per intercessione dell’intera umanità. È iniziato l’anno 2021 dedicato alla cura amorevole dell’altro. Quest’anno dobbiamo continuare a camminare su questo fronte  e imparare a combattere i nostri IO per dar spazio ai nostri NOI.

Abbiamo bisogno di vivere la fratellanza sia con i fratelli di sangue che con chi ci sta accanto perché possano nascere quei legame universali che in Cristo ci rende figli adottivi e fratelli l’uno dell’altro, nel Vangelo Gesù stesso specifica questo legame 

“Mentre egli parlava ancora alla folla, sua madre e i suoi fratelli, stando fuori in disparte, cercavano di parlargli. Qualcuno gli disse: «Ecco di fuori tua madre e i tuoi fratelli che vogliono parlarti».  Ed egli, rispondendo a chi lo informava, disse: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?».  Poi stendendo la mano verso i suoi discepoli disse: «Ecco mia madre ed ecco i miei fratelli; perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre». Mt 12,46-50.

La donna anche se sembrerebbe nascosta, ha da sempre rappresentato un ruolo fondamentale nella mediazione e nella cura all’altro, incontriamo la figura della donna come maestra di fratellanza, Da sempre è la donna in ginocchio nei capezzali nella cura dell‘infermo, nell’asciugare le lacrime da un dolore, è sempre presente a far scorgere la luce di Dio in fondo al tunnel.

Sin dalle prime pagine dell’enciclica, Papa Francesco ci sta educando ad attenzionare l’altro, il suo apostolato ci sta portando a deconcentrarci da noi, per concentrarci sul bene che tutti e ciascuno possiamo fare nella vicinanza all’ultimo. Fratelli di sangue si nasce, mentre l’amore all’ultimo è uno stile di vita frutto dell’amore del Padre, significa portare il Vangelo ovunque: per le strade, nelle case, nelle chiese negli aeroporti e nelle stazioni.

Se io ho fatto esperienza dell’amore di Dio questo amore lo devo portare all’altro. Ho il dovere di far sorridere chi mi è accanto, e non ci possono essere impedimenti di cultura, di razza, di età di chissà che…. Nessuno ci deve separare dalla condivisione dell’amore di Dio. Questa immensa ricchezza deve diventare contagiosa perché possiamo camminare insieme e crescere nella gioia.  Io e te viviamo nello stesso suolo terrestre, sei mio fratello, la terra è stata creata da Nostro Padre e se io vedo la creazione della terra come un dono di Dio per me e te in questa ottica anche la proprietà privata acquisisce una linea più morbida perché a sua volta è un dono. L’attività imprenditoriale diventa un’occasione per realizzare la propria personalità e per far realizzare i propri dipendenti nel rispetto delle loro capacità e delle mansioni aziendali verso un bene piu’ grande che è il creato.

Ormai sembra abbiamo dimenticato l’inno di San Francesco, una lode al creato e a Dio:

 

 Altissimo, Onnipotente Buon Signore, tue sono la lode, la gloria, l’onore ed ogni benedizione.
A te solo Altissimo, si addicono e nessun uomo è degno di pronunciare il tuo nome.
Tu sia lodato, mio Signore, insieme a tutte le creature specialmente il fratello sole, il quale è la luce del giorno, e tu attraverso di lui ci illumini.

Ed esso è bello e raggiante con un grande splendore: simboleggia te, Altissimo.
Tu sia lodato, o mio Signore, per sorella luna e le stelle: in cielo le hai formate, chiare preziose e belle.

Tu sia lodato, mio Signore, per fratello vento, e per l’aria e per il cielo; quello nuvoloso e quello sereno e ogni tempo
tramite il quale dai sostentamento alle creature.

Tu sia lodato, mio Signore, per sorella acqua, la quale è molto utile e umile, preziosa e pura.
Tu sia lodato, mio Signore, per fratello fuoco, attraverso il quale illumini la notte.

 E’ bello, giocondo, robusto e forte.

Tu sia lodato, mio Signore, per nostra sorella madre terra, la quale ci dà nutrimento, ci mantiene e produce diversi frutti con fiori colorati ed erba.

Tu sia lodato, mio Signore, per quelli che perdonano in nome del tuo amore e sopportano malattie e sofferenze.
Beati quelli che le sopporteranno in pace, perchè saranno incoronati.

Tu sia lodato, mio Signore, per la nostra morte corporale, dalla quale nessun uomo vivente può scappare:
guai a quelli che moriranno mentre sono in situazione di peccato mortale.

Beati quelli che la troveranno mentre stanno rispettando le tue volontà,
perché la seconda morte, non farà loro male.

Lodate e benedicete il mio Signore, ringraziatelo e servitelo con grande umiltà.

  Ed invece Oggi più che mai abbiamo bisogno di ritornare indietro, abbiamo bisogno di riconoscere, accogliere, integrare e proteggere riconoscendo la gratuità in ciò che si possiede, Abbiamo la necessità di vivere una fraternità di accoglienza, gratuita, e di offrire senza nulla in cambio, Siamo al servizio l’uno del l’altro in un cammino verso una vetta che accomuna  tutti , nell’amore non ci possono essere distinzioni di razza , ma tutti indistintamente dobbiamo tendere la mano a chi è accanto se vogliamo costruire un mondo migliore.

 E’ l’ora, è questo il momento della svolta, il momento decisivo per dire BASTA e finalmente vivere in un mondo dove non c’è più guerra perché al suo posto  è stato sostituito il perdono. La fraternità è mitezza è “colui che sceglie di morire per non diventare assassino”. Abbiamo sofferto tanto nell’anno appena trascorso perché abbiamo sentito forte questa parte di umanità che ci ha lasciati, ogni deceduto è un fratello che ci ha lasciato, ogni volta che abbiamo scelto di tutelare l’altro invece è stato un passo per il bene comune, per salvarlo. 

Questo dolore che possa trasformarsi davvero ad un ritorno alle origini e lasciar posto a quell’arcobaleno che ritroviamo dopo l’uscita di Noè dall’arca. Un ’arcobaleno di cieli nuovi e terra nuova che ci portano a quell’Alleanza ormai per molti sorpassata ma l’unica capace di renderci felici

 

Auguri di cuore per un 2021 ricco di Paternità

 

Narrato dalle prime pagine dell’enciclica “Fratelli Tutti”

 

 

venerdì 20 novembre 2020

le opere di Misericordia II parte

 

Continuiamo il percorso iniziato con questo meraviglioso libro di Fabio Rosini, abbiamo imparato a riconoscere e vedere qualche errore che ci fanno star male e quali sono le deviazioni per raddrizzare i sentieri e vivere meglio nel rispetto di Dio che va sempre messo al primo posto e nell’amore all’altro e proseguendo tra

Le opere di Misericordia

 ci occuperemo ora di come

·         consolare gli afflitti



molto spesso davanti al dolore vorremmo chiudere i nostri occhi e non provare quella sofferenza, ed invece il dolore e’ un sintomo che va ascoltato, letto, è un campanello di allarme che indica che qualcosa non va e che dobbiamo prenderci cura di noi. Molto spesso siamo abituati a chiuderci davanti al dolore quasi come un film a decretare la fine ed invece se partiamo da quel dolore ponendolo come punto di partenza avremo la possibilità di crescere. Spesso invece siamo troppo attenti a cercare il colpevole e covare rabbia per quella situazione identificandola con un volto e a punire il colpevole. Ci occuperemo quindi di capire cosa si aspetta da noi il sofferente per poi soddisfarlo.

Afflitto proviene dal termine latino AD- FLIGERE ossia colpire al passivo quindi essere colpiti, feriti, è uno stato che richiede aiuto, consolazione, soccorso così come in una ferita fisica, anche in quella interiore,. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci “disinfetti”, che sappia parlare al nostro cuore e lo possa indirizzare alla comprensione perché l’essere umano davanti a quel problema si chiede il senso. L’afflitto chiede una parola che lo riempa, che la soddisfi. Molto spesso  per consolare l’afflitto  cerchiamo o

1.       di condividere il dolore con lui rischiando però di scivolare nel vittimismo, certamente il dolore dell’alto va accolto ne’ negato o sottovalutato ne’ banalizzato ma esagerandolo porta a  far sentire vittima impedirra’ alla persona che stiamo assistendo di riprendere la vita in mano ed accettare l’accaduto. O

2.       lo cerchiamo di distrarre in modo sano per non pensare a ciò che gli è accaduto e questo in se non è sempre male perché de concentrando la persona la si riesce anche a sollevarlo  e portarlo alla lucidità però anche qui c’è un rischio ossia essere superficiali, aggravando il problema e/o rimandandolo.

3.       Ancora un altro modo che umanamente ci viene da fare è invitare l’afflitto a guardare chi sta peggio ma il dolore non è mai misurabile In verità, consolare richiede un grande equilibrio e questo atteggiamento non fa altro che produrre il senso di colpa. Può capitare che la causa del nostro dolore sia stato un nostro errore ma non è una consolazione sapere che ce lo siamo meritati perché porremmo Dio ad un esattore di equitalia.

La vera consolazione non è ipocrita, sentimentale, piagnucolosa ma  troviamo il significato nell’etimologia della parola : “consolare”  proviene dal latino nacham che vuol dire fermarsi, dare rifugio, e proviene dal termine greco parakaleo ossia chiamare , d’ appresso è il nome dello Spirito Santo del Paraclito, è il nome dell’avvocato è il consigliere, il maestro interiore. Consolare si presenta come dare completezza laddove il dolore diventa privazione. Se ci pensiamo Gesù, dopo aver chiesto l’aceto sussurra  “ tutto è compiuto”.

La vera consolazione è quel processo che inizia con lo stato di privazione per arrivare al bersaglio, al compimento della nostra vita.  Chi compie l’atto di consolare è capace di mettersi accanto al sofferente   mostrando ciò che non riesce a vedere e consentendogli di aprire gli occhi, lo sguardo e lo spirito ad un'altra prospettiva che dà completezza, farlo entrare in quell’ottica in cui riesca a vedere il dolore come parte della fedeltà di Dio. Tutto acquisisce senso se visto nell’ottica dell’amore di Dio se affronto il dolore come crocevia per arrivare a Lui.

Questa opera di misericordia spirituale non è qualcosa che si può attingere dalla cultura, dalle lauree ma è qualcosa che nasce dall’amore di Dio offerta come dono per i battezzati. Abbiamo bisogno dello Spirito Santo per consolare il dolore Umano. Dobbiamo cambiare il modo di vedere, Se vediamo la sofferenza come tale e non la trasformiamo saremo ingabbiati nel dolore se invece crediamo in Lui allora così come l’acqua in Canaa si è trasformata in vino così questo processo di dolore se offerto a Dio diventa un’autostrada per il cielo, se ci affidiamo nelle mani del Paraclito. Sarà lo Spirito Santo a guidarci alla verità, è bene però non escludere il Signore nella Sofferenza , nel Getsemani in preda all’angoscia Gesù pregava sempre più intensamente fino al arrivare il Sudore ad essere sangue, impariamo dalla vita di Gesù, affinché i nostri dolori possano essere luce per il nostro cammino per l’eternità, facciamoci correggere da Dio ricordandoci sempre che se possiamo risolvere un problema è giusto farlo ma se non riusciamo c’è Gesù che attraverso quel nodo risolve noi. La sofferenza non va cercata ma va accolta altrimenti ci distrugge, È importante davanti ad un problema pensare che quel sasso ci è stato posto non per distruggerci ma per crescere meglio ce lo insegna la vita di Gesù quando anche dal più grosso dolore la Sua morte riesce a risorgere. Si risorge anche dal più grande male. Non è facile dare risposte al dolore degli altri è necessaria la prudenza e la pazienza. La lingua da discepolo la possiede chi ha imparato a sperare, a consegnarsi a Dio, chi ha imparato a sperare contro ogni speranza in vista dell’amore di un Padre che tutto può e che ci ha dato la vita per essere felici Per Cristo con Cristo e in Cristo. Abbiamo dunque terminato le opere di Misericordia verso il cuore degli altri. Adesso ci occuperemo delle opere di Misericordia gratuita.

Perdonare le offese



La spinta che ci permettere di correggere qualcuno deve essere l’amore, perdonare non è una cosa da poco ma tutt’altro….

Perdonare non è una parola non è un atto superficiale o ipocrisia. Non è una prescrizione è scritto di perdonare e perdono assolutissimamente. Si è capaci di perdonare solo ed esclusivamente se subentra la grazia di Dio perché solo in lui possiamo ricevere questo dono. Senza il perdono siamo bloccati, si rimane fermi davanti ad un ricordo che ci traumatizza e che risuona dentro di noi come un sepolcro vivo, e’ come un sasso che troviamo in fondo al nostro cuore e che ci impedisce di amare davvero. Il perdono è un atto grandissimo che per primo Dio ci regala e che noi non possiamo esserne capaci mai totalmente e senza mettere Lui al centro della nostra esistenza. 

Andiamo a vedere piu’ da vicino la situazione, Quando subiamo un torto per potere perdonare cerchiamo di ignorare l’offesa ricevuta questo processo è anche chiamato “Rimozione forzata”, questo procvesso però non prende in considerazione il fatto che la ferita rimane comunque e che non sappiamo come e quando questo dolore si ripresenterà. Molto spesso il passo successivo sarà quello di mettersi nei pani di colui che ci ha offeso ma entrambi risulteranno dei comportamenti inconsistenti perché si finisce per avere la piena convinzione che quell’azione mai l’avremmo adottata noi. Bisogna allora partire dal capire che il fuoco che alimenta la difficoltà umana al perdono si chiama IRA che consiste in una livella interiore sbilanciata e questo senso di squilibrio si chiama “desiderio di vendetta” che parte dalla convinzione di ristabilire un ingiustizia ricevendo il risarcimento per il torto subito, questo desiderio in qualche modo apre la porta al sadismo. La tortura del male ricevuto cristallizza la persona in un dannoso piangersi addosso e produce l’innamoramento del proprio dolore oppure la seconda possibilità di comportamento è il desiderio di giustizia reagendo sempre in modo arrabbiato, vomitatevoli di recriminazioni, quelli che cercano gli errori in ogni cosa e recriminano sempre di aver avuto di meno rispetto agli altri, frutto di una spiccata invidia che non gli permette di vedere cio’ che ha ma recrimina il meglio degli altri o ancora l’altro atteggiamento è appunto il sadismo ossia pronti a far cadere la ghigliottina in virtu’ del risarcimento dell’offesa.

L’assenza di un perdono sincero è la morte dell’anima, ecco perché senza Dio non possiamo vincere questo male interiore. Devo partire da colui che mi ha sanato per capire che il male ricevuto non lo posso togliere ma posso permettere al dolore di non infierire co mio presente perché io non ho più un rapporto con l’altro uno ad uno ma ho un rapporto in verticale con colui che ha dato la vita anche per me che ha colmato la mia vita e che trovandolo al centro del mio cuore posso irradiare l’altro per portarlo a quella vita che oggi ne sono testimone. Mettere Dio al centro del proprio cuore significa che qualunque torto acquisisce un diverso significato perché se mi riconosco debitore davanti a Dio così come lui mi perdona io devo perdonar l’altro peccatore come me, l’urgenza diventa non più saldare i conti tra te e me perché sbaglieremo sempre, ma i rapporti tra un Padre, me e mio fratello in cammino verso un bellissimo viaggio: la vita eterna. Chi assapora quest’amore che riscalda non può prescindere da esso e non se ne sente mai all’altezza. Siamo sempre debitori degli altri di carità, di dolcezza, di accoglienza, nessuno è mai povero da non poter donare.  Guardarsi dentro implica un dolore e anche possiamo scegliere di rifiutare di vedere i nostri errori cadendo nel baratro dell’orgoglio o cercare di consegnare le nostre debolezze alla misericordia di Dio. Non siamo creditori verso nessuno ma debitori nei confronti di tanta grandezza. Guardare la vita come prospettiva di una Provvidenza e già dal primo capitolo della Bibbia in genesi ce lo spiega bene il racconto di Giuseppe non importa ciò che ha subito e sopportato con i suoi fratelli perché quello che ha vissuto è servito per i piani di Salvezza del Signore ….. è Dio che illuminando la nostra pochezza e ci permette di esercitare il perdono perché conosciamo e viviamo della Sua generosità.

Sopportare pazientemente le persone moleste

“Noi ci vantiamo anche nelle tribolazioni, ben sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata 4 e la virtù provata la speranza. 5 La speranza poi non delude, perché l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.” Rm 5,3,-5

  Entriamo adesso nell’opera di misericordia forse più difficile, spesso una persona “fastidiosa”, la sopportiamo per un tempo più o meno lungo ma poi sfiniti ci allontaniamo per vivere, per evitare che ci sfiniscano. È l’unica opera spirituale che ci viene chiesto di eseguirla pazientemente, andiamo a vedere il significato: il termine pazientemente proviene dalla radice patire, la sofferenza è legata ad essere oggetto di qualcosa che ci fa soffrire, ci esaspera. Si tollera per un tempo ma poi chi tollera arriva in un punto che scattano e diventano feroci convinti di essere dalla parte giusta. Un altro modo di affrontare il molestatore è reagire col buonismo ossia quelli che nascondono il sentimento di odio, che ti perdonano perché sono migliori degli altri ma di fatto sono spigolosi e non si riesce a stabilire una relazione con loro e puniscono il molesto. Poi c’è l’atteggiamento serialista ossia i deboli con i forti e i forti con i deboli. Un’altra reazione che l’uomo vive è da marpione cioè colui che si inventa una strategia pianificando di cambiare quella persona faccio l’esempio di Rosini appunto che ci permette di capire esattamente il senso: mi innamoro di una persona e penso di sposarlo e poi lo cambio, questo non succede perché le persone non cambiano personalità. Come realizzare bene quest’opera di misericordia? l’abbiamo già notato quest’opera di misericordia richiede la Pazienza, un grande animo, quindi essere magnanimo. I sinonimi di magnanimo sono: calma, pazienza, tolleranza, generosità, nobiltà mentre i contrari sono: aggressivo, frettoloso, impaziente, intollerante, avaro, vile. La mansuetudine si mostra in chi non reagisce alla violenza, la calma, la tranquillità di fronte a qualcosa che produrrebbe ansia. L’atteggiamento per cui si dà al prossimo la possibilità di ravvedersi, di tornare in sé stesso, di pentirsi, la radice di tutto è Dio, è un’opera di vita eterna come la nomina San Paolo nei suoi scritti è un frutto dello Spirito Santo. Dall’ esodo troviamo un Dio lento all’ira, ossia un Dio paziente e mentre il Padre è paziente in quanto creatore del tempo e di vita eterna per noi il tempo è limitato, siamo schiavi delle cose da fare, presi dalle nostre ansie, siamo fragili. La pazienza di Dio è infinita perché ha a cuore l’uomo, perché la Nostra salvezza per Dio ha più valore del tempo che passa. Come possiamo compiere quest’opera in noi Siamo pazienti verso il prossimo quando conosciamo la misericordia che Dio ha avuto   per noi, quando riconosciamo che Dio non ci tratta per i nostri peccati, quando riconosciamo la Sua protezione per noi in prima persona, quando riconosciamo la Sua presenza in ogni momento ed allora diventa un atto dovuto all’altro, un memoriale della pazienza che Dio ha per noi e che noi dobbiamo all’altro, perché viviamo tutti e in continuazione di quella seconda possibilità donataci.  Questa pazienza sorge da quella certezza che Dio opera in continuazione, sa’ lui come raddrizzare il colpo, sa’ come aggiustare le cose. Il magnanimo cerca la giustizia, si muove nella verità ma lo fa a partire dalla pace, dalla pazienza. La pazienza porta a dire quello che c’è da dire con carità e amore all’altro perché l’altro è mio fratello, è prezioso e non posso perderlo. Per amare un fratello che ci molesta è fare qualcosa di santo.

“Le persone che mi danno fastidio, quelle che mi mettono i bastoni tra le ruote, quelle che mandano in aria le situazioni…” Scrive Rosini “sono quelle che costringono a passare dalla mia ingiustizia al Piano di Dio, a fare la giustizia si tratta di trasformare le persone che sono moleste in emissari di Dio, persone che Dio ci manda, che lui permette che arrivino nella nostra vita, perché noi, da giudici iniqui diventiamo giudici generosi” come lo ha dimostrato Gesù in croce. Chi entra nella tribolazione nel nome di Cristo impara la pazienza, quindi l’amore di rapportarmi al molesto con amore e responsabilità nei confronti di Dio. La pazienza è quel tipo di attitudine per cui si riconosce la presenza di Dio al di la’ del male umano. È questa la costruttività. Questo è l’edificare. Dietro ogni storia, ogni esperienza c’è un Dio Padre, colui che accoglie in male per trasformarlo in grazia.  Accettare il molesto perché io lo sono nei confronti del Padre, accogliere il fratello perché il mio fine è l’attesa di raggiungere la vita eterna e se essa deve passare da questa tribolazione ben venga “ Signore Passi da me questo calice tuttavia sia fatta la Tua e non la mia volontà” ripete Gesù nel Getsemani , San Francesco D’assisi diceva “tanto il bene che mi aspetto che ogni pena m’ è diletto” raddrizziamo allora  i nostri sentieri  affinché  possiamo arrivare al traguardo senza passare per deviazioni.

·         Pregare Dio per i vivi e per i morti



La chiesa è un corpo ed ognuno in base al proprio carisma svolge una missione affinché lo Spirito Santo suscita e conferma questi compiti diversi in ognuno è necessario oserei dire fondamentale chiedere l’aiuto attraverso la preghiera di ricevere attraverso il Paraclito che ci indichi le parole e le azioni per ogni nostro andare sia a livello personale che collettivo. Le suore di clausura ad esempio scelgono di sostenere il mondo con la loro preghiera n per non farlo vacillare, perché possano i sacerdoti essere strumenti di Dio. Cristo ha salvato il mondo ma accettava tutto dopo aver pregato, sulla croce Gesù continua a pregare, la preghiera è la nostra forza,” tutto posso in colui che mi dà forza” scrive san Paolo  in Filippesi 4, 3.

Essa è portatrice di profondità, ci riempie di amore se dietro quelle preghiere c’è la convinzione di cio’ che recitiamo. Partire dalla preghiera è necessario per il fare successivo.  Come possiamo parlare di Dio se è a noi sconosciuto?

Se pregare per noi è necessario pregare per i vivi e per i morti è un atto di carità, “la preghiera richiede amore, e l’amore è un movimento da me all’altro che in questo caso passa per il dialogo con Dio, quest’opera è invisibile.”  scrive Rosini – la preghiera di intercessione implica la sincerità, la fede, lo slancio e la costanza e serietà. La preghiera è un combattimento basta ricordarci gia’ nell’antico testamento in genesi il combattimento che Giacobbe ebbe con Dio prima di diventare Israele. La preghiera implica la fiducia certa che Dio provvede, che abbiamo un padre che si commuove davanti ad un figlio che chiede sinceramente aiuto. Pregare significa lottare contro noi stessi, con i nostri limiti, contro un tentatore che fa di tutto per separarci da questo rapporto. L’amore salva il mondo, e, fare le cose con amore, cioè coinvolgendo il cuore hanno un’impronta diversa che farle in modo freddo o tanto per fare. Pregare Dio per i vivi o per i morti vuol dire accantonarsi per il bene dell’altro, preoccuparsi per … significa attenzione all’altro senza averne riscontro.

I genitori danno la vita per i figli li supportano moralmente e psicologicamente, li perdonano tante volte ma giunge un momento che nonostante tutto quello che hanno dato e fatto devono accettare che il foglio sia cresciuto e devono accettare che si distacchi e diventi autonomo da loro e questo il caso in cui i genitori possono solo pregare per lui offrire a Dio digiuni, elemosine. solo così dimostriamo la gratitudine pura, il puro amore ma implica anche di accettare la nostra impotenza e affidarli a Dio certi della Sua potenza. Questa maturazione arriva solo se abbiamo un rapporto sano e oggettivo con la nostra impotenza ed accettare di essere creature in mano al creatore ossia accettare di essere limitati, questo equilibrio è frutto di una costante preghiera fiduciosa al Padre . L’assenza del rapporto con Dio ci rende superficiali, manca ogni opera di profondità. Senza preghiera il mio cuore non guarda l’interesse degli altri Ma solo il mio e non mi dà eternità. Si possono fare opere di carità senza pregare ma non hanno lo stesso sapore .in quest’opera è richiesta una nobiltà di percezioni che solo la carità vera può dare. La preghiera quando è vera sale a Dio come supplica di relazione a Dio. Col battesimo ogni cristiano ha la chiave di accesso al cuore di Dio. Quando non c’ è cuore dietro all’atto che compio vuol dire che non c’è rapporto con Dio e parto da me stessa e che quindi non siamo capaci di queste opere di Misericordia. Se invece da questa relazione con Dio mi rapporto al prossimo tutto acquisisce una nuova forma e un nuovo colore diventa tutto fatto per Dio e non tra me e lui è nel nostro dialogo io annuncio Dio e la sua eternità. Dio ci ha dato il dono dell’angoscia per ammettere di non bastarci, di aver bisogno di Lui, di dover chiedere aiuto. L’amore nasce dallo spiffero amaro di non bastare a se stessi, dal limite umano che se accettato è una porta che ti fa conoscere la tua debolezza e quella dell’altro il peso di entrambi e il dolore e allora che nasce la premura per il debole ,e dal debole all’attenzione  all’altro a livello  gratuito e senza interesse come anche nel caso del vestire e tumulare, seppellire il defunto o  o cremarlo lasciandolo custodito del luogo sacro che puo’ essere un cimitero o una Chiesa  e pregare per lui.

La misericordia di Dio cerca la nostra povertà e la ama e una volta amata diventa misericordia.

Solo se partiamo dalla preghiera possiamo rigenerarci perché cambiando il volto del nostro cuore indurito possiamo abbronzarci di quel sole che crea: l’amore

Un immenso ringraziamento  a Dio per avermi dato modo di conoscere se pur da lontano Fabio Rosini e a lui per questo splendido libro . Non dimentichiamo di pregare mai per le persone consacrate che ci portano a conoscere ed amare  Nostro Padre .

 





mercoledì 23 settembre 2020

Le opere di Misericordia

 

Dopo l’articolo delle lacrime, ho pensato di proseguire con un articolo che suggerisce di scrivere come consolare il mondo perché tutti, siamo il popolo di Dio, ricordiamo che in Genesi leggiamo che siamo fatti ad immagine e somiglianza di Dio indipendentemente dal colore della pelle, dalla cultura o dal luogo geografico il Signore ci invita alla fratellanza, all'amore, alla misericordia.  Mi sono tuffata alla lettura di un libro di Fabio Rosini :“Solo L’amore Crea. 

                                                 Le opere di misericordia spirituali, 

cercherò con estrema umiltà di sintetizzare questo capolavoro.  



Prendiamo quindi la lente di ingrandimento e vediamo cosa nasconde il termine Misericordia:

il Mondo è stato creato dalla Misericordia di Dio, il popolo sperimenta la Sua Misericordia quando fu liberato dalla Schiavitù d’Egitto ed ancora oggi, ai tempi nostri Dio opera secondo il SUO GRANDE AMORE, Dio stesso dice di sé

                             “Io sono Misericordia, sono pazienza e ira Pigra”

Lui non può scindere dalla Sua stessa natura, chi si apre a Lui scopre una dolcezza infinita, eterna, Egli segue ogni sua opera con amore paterno collegata ad una tenerezza fedele, a quell'amore filiale che anche nel rimprovero ti fa percepire che si sta occupando di te. La vita è un incontro con questa tenerezza, è quella carezza che senti nei momenti bui. Quel metterti in gioco e non lasciarti andare, quell'amico che ti fa guardare oltre il tuo errore, quello sconosciuto che si occupa di te, che ti permette di cadere ma che subito ti soccorre,  è il gesto che dobbiamo focalizzare, Dio ti lascia libero ma veglia su te. Se arriviamo a questa consapevolezza impariamo a vivere in lui e con Lui. Queste attenzioni, questa cura e amore filiale che Dio ha per noi non tutti la riconduciamo a lui ma è per tutti e per ciascuno, qualcuno la chiama fortuna, qualcuno in altro modo…. Io credo che il termine più giusto sia da ricondurlo a colui che più di tutti ci Ama ed è Nostro Signore.

Questo amore ci fa rinascere, ci aiuta a perdonarci e perdonare e vivere di questo amore infinito che Dio ci dona gratuitamente pertanto il problema di uno diventa un problema collettivo per amore dell’altro, non è più cosa posso fare per me ma cosa posso fare per l’altro per essere felici, quell’apprensione per l’altro, quell’amore tenace , autentico che non si perde d’ animo ma che lotta fin quando non ha raggiunto il bene.

 Dio ci ama, ci corregge, ci consola, ci perdona ma ci mette anche dei muri se ne abbiamo bisogno.

La vita dell’uomo è preziosa perché nasce da Dio e solo Dio possiede le caratteristiche di colui che fa sorgere e guida la vita.

La misericordia non sorge dall’uomo o dalla sua volontà, né dalla sua psicologia o dalla energia ma dalla relazione con Dio

La Misericordia ci deve condurre alla fonte della sorgente ciò a Dio.

Le opere di misericordia sono attualizzabili se si parte dalla virtù teologale per eccellenza: la carità

La misericordia è necessaria in ogni nostro rapporto: tra parenti, tra amici, tra coniugi.

La felicità più profonda nella vita è prendersi cura di qualcuno.

Alla fine di questa vita ci chiederemo se veramente abbiamo amato fino in fondo qualcuno, se sul serio ci siamo presi cura di qualcuno. L’ uomo non può imitare la Misericordia di Dio ma può esserne un Suo strumento, sta scritto “ come il Padre ha mandato me anch’io mando voi “ cio’ significa che siamo chiamati a diventare un canale della potenza di Dio, meraviglioso che ne dite?

Gesù ama perché si sente amato, vive di gratitudine e si sente in debito nei confronti del Padre ecco la chiave di tutto: sentire questo immenso amore di Dio che si trasforma in gratitudine e in questo sentimento diventiamo strumento nelle mani di Dio perché solo in lui riposa l’anima mia dice il bellissimo salmo 61.

Gesù accetta di essere tradito e ucciso per donarci lo Spirito Santo, Dio puo’ entrare in ogni cuore e farci vivere d’amore e di perdono.

Nella lettera di Giovanni sta scritto “Chiunque ama è generato da Dio”

Ovviamente l’uomo mai potra’ sostituirsi all’amore di Dio che invece ci don l’Amore Eterno quello con la A maiuscola.

Quell’amore capace di farci uscire dalla nostra lebbra, dalle nostre paralisi. Un amore Gratis, che attende solo il nostro consenso.

L’uomo potrà fare opere di accoglienza, opere umane di Misericordia, amore compassionevole, l’uomo puo’ sentire un forte senso di dovere e di amore come giustizia ma non puo’ rigenerare come fa invece Dio, non puo’ produrre la vita Eterna ma Dio si.

La Misericordia dell’uomo viene generata dal rapporto con Dio generato dalla fede.

Ci sono due tipi di misericordia : le opere di misericordia corporali e le opere di misericordia Spirituali

le prime ( hanno a che fare col corpo )sono:

1.    Dar da mangiare gli affamati ( sfamare)

2.    Dar da bere gli assetati ( dissetare)

3.    Vestire gli ignudi (vestire)

4.    Ospitare i pellegrini (ospitare)

5.    Visitare gli ammalati (visitare)

6.    Visitare i carcerati

7.    Seppellire i morti. (seppellire)

Le opere di Misericordia Spirituali (hanno a che fare con la fede ) e sono:

1.    Consigliare i dubbiosi (consigliare

2.    Insegnare gli ignoranti (insegnare)

3.    Ammonire i peccatori (ammonire)

4.    Consolare gli afflitti (consolare)

5.    Perdonare le offese (perdonare)

6.    Sopportare pazientemente le persone moleste (sopportare)

7.    Pregare Dio per i vivi e per i morti (pregare)

 

Ci occuperemo adesso di approfondire le opere di misericordia relativi allo Spirito

 

1.    CONSIGLIARE I DUBBIOSI:



 Superficialmente possiamo pensare sia banale dare un consiglio, ed invece non è proprio così, ci sono dei consigli che cambiano la vita di una persona, ogni scelta corrisponde ad una perdita immensa. Scegliere significa rinunciare a ciò che non abbiamo eletto, il dubbioso non ha l’obbiettivo chiaro, non saper discernere il bene dal male. Il peccato sgorga dal dubbio reale, da una mancanza di ordine che ovviamente porta disordine. Satana non nega che Dio esiste ma crede che in Dio sia presente il male

L’uomo è sedotto da quella voce che gli sussurra che Dio non lo ama e crede che deve meritare l’amore di Dio, questa insicurezza lo porta a fare delle scelte errate perché non ci poniamo dei dubbi ma teniamo le cose per scontate.

Molto spesso sbagliamo per mancanza di informazioni in primis ma spesso il secondo passo, sicuramente più grave è quello di non porsi delle domande e non esaminare umilmente qualcosa o qualcuno- Quest’ultimo errore annulla la misericordia degli altri, rendendoci incapaci di ascoltare, ci chiudiamo agli altri per tutelare il nostro punto di vista.

Si arriva perciò erroneamente a schematizzare qualche comportamento profilando dei consigli standard o ancor peggio fare delle paternali sui comportamenti sbagliati.

Il dubbioso non ha bisogno di sentirsi dire cosa fare ma alle volte ma di trovare la chiave adatta per uscirne.

Il dubbio è una strada di crescita, una sfida, l’inizio di un’avventura.

Consigliare ad un dubbioso vuol dire sedersi con lui, stargli accanto e far leva non sui dubbi ma sulle certezze, non su ciò che è ambiguo ma ciò che è nitido.

Partire come Marta dalle certezze per scegliere la soluzione migliore, il dubbio è portatore dei no proprio come nel peccato che caddero Adamo ed Eva nel paradiso terrestre. Il Vangelo è l’annuncio di un Si che fa da perno per leggere tutto il resto della nostra vita, se non pensiamo che la vita sia Provvidenza i dubbi ci tortureranno, se invece pensiamo che Dio ci ama e che l’amore ha principi molto più profondi della ragione senza escluderla , senza contraddirla, si serve della ragione ma l’amore la supera.

Per consigliare un dubbioso ci vuole amore, ascolto, scegliere significa farsi eco del Si di Dio, il dubbioso deve sentirsi amato, capito, ascoltato, il dubbioso Ha necessità di ascoltare e rispondere a domande che mettano ordine e che mettano in luce la reale situazione e rispondere alle domande corrette per risolvere la situazione. Occorre un sano distacco che ci aiuti a tornare a vedere le cose nella giusta prospettiva consigliare un dubbioso corrisponde al dono del Consiglio frutto dello Spirito Santo che si oppone al peccato capitale dell’avarizia, ossia colui che non riesce a scegliere e a distaccarsi dalle cose perché ogni scelta implica una perdita.

Gli avari infatti non buttano via nulla, si tengono tutto, abitanti dell’ansia che non gli permette di lasciare niente. Nei discernimenti più ardui, la strada per una decisione spesso passa per una seria elemosina, nell’elemosina quando tocca i propri possessi in serio modo si prova n senso di gioia e di liberazione è lì che ci si rende conto che non comanda il denaro ma noi e che possiamo vincere sulle cose, e facciamo esperienza che non succede nulla se perdiamo qualcosa. La nostra vita ha bisogno di verità oggettive: (Se mi trascuro sto peggio., D’estate fa più caldo che d’inverno) Queste verità dimostrano che la verità esiste e che ha in sé il vero. La certezza nasce dalla fiducia e cresce dalla stima paterna. Se non riceviamo fiducia, non avremo fiducia, se non abbiamo qualcuno che ci dica che ce la possiamo fare, non ce la faremo. Questa fiducia proviene dalla paternità perché si cresce dalla fiducia paterna. Se questa fiducia viene meno il figlio non sprigiona le proprie potenzialità, nel caso contrario invece, davanti ad un padre che scommette sul figlio si sfoderano le potenzialità del minore sfoderando il meglio di sé.

L’uomo è portatore di bellezza perché la sua vita è preziosa per Dio e questa fiducia è fondamentale per vivere bene.

Il Signore, nonostante i nostri errori non smette mai di tenderci la mano e con la voce amorevole ci dice “coraggio, andiamo avanti”. Molto spesso i giovani si curano poco di se stessi. Se guardiamo la nostra vita con gli occhi di Dio, con amore infinito, con la Sua tenerezza, la Sua Misericordia tutto acquisisce un nuovo sapore. La vita ci deve portare a difendere la consapevolezza che la nostra vita non è mai un errore e che tutto deve partire da quell’Amore. Quando riconosciamo di essere un “cucciolo di Dio” come ci scrive Rosini nel Suo libro, si sciolgono tanti nodi della nostra vita. Dobbiamo sempre partire dai Si che abbiamo ricevuto nella nostra vita.

Il bene è sempre lineare in contrasto col male che è tortuoso e contraddittorio.

Il male deve essere sempre giustificato mentre il bene possiede una sua autoevidenza nel cuore. Quando il bene tocca il nostro cuore sorge la luce nel nostro intimo, in fondo alla nostra anima troviamo la certezza di essere amati e che la vita va vissuta perché è bella. Nel bene assaporiamo la vera limpidezza, la chiarezza, la semplicità, tutti doni che Dio fa alla nostra vita. Per essere un consigliere bisogna saper ascoltare, saper tacere ma anche parlare bene, è necessario essere fermi ma dolci. In un testo di Pascal c’è scritto: “bisogna saper dubitare quando occorre, affermare quando è necessario, sottomettersi quando è necessario.

Quindi è bene dubitare un momento, per verificare se bisogna cambiare direzione per questo bisogna avere l’umiltà per non reputare le nostre opinioni assolute ma mettersi sempre in discussione. La strada delle umiliazioni è l’unica strada per camminare verso l’umiltà. Per consigliare abbiamo bisogno di far continua memoria dei nostri errori e la voglia di scoprirne altri, in poche parole il buon consigliere è una persona debole che ha accettato la sua debolezza e che vive in umiltà.

Per crescere nella capacità di consigliare bisogna essere costanti nella preghiera, nelle buone abitudini, la vita fraterna, l’esercizio della franchezza e della libertà delle cose, di imparare l’arte dell’obbedienza a Dio. Il primo discernimento è ricordarci di essere bisognosi della Misericordia di Dio.

2.    INSEGNARE AGLI IGNORANTI.

 




Ogni giorno siamo soggetti a delle scelte e molto spesso il soddisfacimento delle stesse  dipendono dalla nostra conoscenza, abbiamo bisogno che siano soddisfatti i nostri dubbi prima di decidere quale sia il bene.

Certo sapere è giusto ed importante ma come è importante attingere alle fonti autentiche dei nostri dubbi perché altrimenti fidandoci della percezione dell’uno e dell’altro possiamo incorrere nel fidarci di una bugia camuffata da una realtà errata come è successo con Adamo ed Eva caduti in peccato perché aver creduto all'informatore astutamente forviante del serpente.

Molto spesso la nostra esistenza dipende dai ricordi, i ricordi sono depositati nel cuore, e sono legati alla dimensione affettiva e non oggettiva capaci pertanto di condizionare le nostre scelte e il nostro approccio alla vita.

Spesso dietro alla nostra angoscia esistenziale si nasconde una menzogna dettata magari da un egoismo, dal non sentirsi capiti.

L’apprendimento è alla base della nostra esistenza, la nostra vita è perentoriamente macchiata da quello che viviamo coi i genitori, con gli amici, con la scuola, con la televisione e dalla nostra personale percezione determina tutto ciò che vivo e le mie scelte future. La vita spirituale ha bisogno come e più del resto di un incontro autentico con Gesù, e per poterlo riconoscere abbiamo bisogno vivere quello che Gesù insegna, ecco perche’ la Madre Chiesa deve essere UNA , e unico deve essere l’ insegnamento che Lei dà altrimenti si perde di credibilità, e la persona che si sente presa in giro difficilmente si riavvicinerà alla fede, la credibilità dipende sia dalla stoltezza della predicazione cosi’ come dice San Paolo  ma deve essere  seguita dall’ obbedire a  Dio altrimenti diventa vana. La condizione dell’uomo non è porsi nei confronti della vita come colui che tutto sa ma come chi ogni giorno deve imparare.  Gesù nel vangelo ce lo dimostra proprio quando si accosta ai discepoli di Emmaus, e si lascia raccontare l’accaduto. Perché lo fa se conosce tutto? Perché non conosce la loro percezione. Gesù vuole conoscere le loro emozioni, le loro percezioni pe coglierne l’errore e poterli correggere e dar loro la chiave di lettura giusta. Dobbiamo guardare il mondo con gli occhi trasparenti di un bambino che contrasta col “io so tutto” ma come “io ogni giorno scopro cose nuove anche se faccio le stesse cose” perché anche nella quotidianità scopriamo la novità” Quante volte infatti leggendo lo stesso vangelo ci accorgiamo di quella virgola e di quella parola che cambia la nostra interpretazione. E’ necessario mettersi sempre in discussione e percepire ogni cosa come un dono di Dio e soprattutto mettere a capo Dio misericordioso capace di brillare nel cuore di colui che lo cerca con sincerità. L’arte dell’educatore è quella di fornire elementi che annuncino l’unicità della persona opera di Dio e di riconoscerci figli di un padre che provvede a noi capace di ogni tenerezza e di ogni meraviglia.

 

3.    Ammonire i peccatori



Un detto antico diceva in Latino “ errare humanum est”  ma se è vero che errare è umano come la stessa traduzione ci dice sappiamo che nel capitolo 18  di Matteo leggiamo  “Se il tuo fratello commette una colpa, va' e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; 16 se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. 17 Se poi non ascolterà neppure costoro, dillo all'assemblea; e se non ascolterà neanche l'assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano.” Ci troviamo cosi’ davanti alla 3 opera di misericordia spirituale. Ammonire proviene dal latino Ad-monere che significa dare un avvertimento, lo si usa quando una persona è in pericolo e una seconda persona lo salva avvertendolo, Il peccatore o errante, invece, è colui che sta sbagliando la mira dei propri atti. Molto spesso davanti a chi sbaglia nei nostri confronti mettiamo in atto la legge del taglione o peggio diciamo la nostra verità con rabbia e spesso e volentieri anziché conquistare il fratello lo perdiamo facendo esperienza che una verità detta con disprezzo o senza amore spesso pone fine a quel rapporto. Se invece io amo Dio e reputo la persona da correggere mio fratello tutto viene ridimensionato io non agirò su di lui con rabbia per rivendicare un mio diritto ma per il bene comune, per poter camminare insieme in libertà e in nome di quel grande amore fraterno non rinuncio a dirgli la verità, dimostro così di volergli stare accanto e provare ad aiutarlo sempre. Il dialogo con l’altro è sempre fondamentale perché permette di non accumulare l’errore dell’altro ma parlando di tutto con serenità dirò le cose che penso spontaneamente disinnescando la rabbia, il giudizio, l’atteggiamento irruento, il disprezzo.

Le opere di misericordia non possono non avere per base l’amore.

Molto spesso siamo stati educati invece a tacere davanti all’errore dell’altro, ricordo quando ero piccola che mi dicevano “quando qualcuno ti fa un torto tu acqua in bocca.  Chi beve non può infatti parlare” Questo è un detto popolare di certo non cristiano perché tale atteggiamento nasconde i peccati di omissione e di certo nasconde un falso buonismo minimizzando il peccato portando chi ha subito il torto a raccontare l’accaduto ad altri, quindi parlando alle spalle nasconde il proprio errore e passa  per vittima portando a falsificare il rapporto comportandosi da ipocrita avendo difficoltà a creare  una sana relazione. Rapportarsi con gli altri significa comprendendone il cuore delle persone facendole sentire accolte e ascoltate, impone di mettere da parte l’amor proprio, la pretesa per mettere al centro il bene dell’altro tutto ciò lo si può fare se confidiamo in Dio e dal Suo grande amore ci dona i frutti dello spirito: l ’intelletto e il Timor di Dio. Il primo si oppone al giudizio e alla condanna che rende l’uomo incapace di vedere, il nostro egoismo infatti impedisce di conoscere l’altro.  

 si deve essere liberi dal proprio ego per capire la colpa dell’altro, solo guardando il prossimo con amore e usando l’intelletto possiamo intuire il vero problema e parlar loro con franchezza e raggiungere come Pietro la parresia ossia essere fedeli e dire la verità costi quel che costi. E’ necessario per non dimenticare che un ‘altro frutto dello Spirito che non va messo da parte è il Timor di Dio che è la sana apprensione nei confronti dell’altro, quel apprensione bella, calda, amorevole, il non darsi pace se l’altro prende strade sbagliate, quella tenacia al bene dell’altro, l’accettare di essere corretti sempre con umiltà.

Accettare la correzione non è facile soprattutto perché ognuno di noi si trova a combattere internamente con dei muri altissimi di orgoglio, e, per camminare con l’altro dobbiamo buttarli giù  per correggere e correggerci per non fare e farci un torto perché se serbiamo rancore permettiamo  alla nostra anima di farsi delle ferite.

Dobbiamo essere estremamente delicati nel correggere un nostro fratello e pensare che ogni torto deve essere superato in nome di quella meta che è cielo.

Quando muore una persona cara se ci pensiamo, dimentichiamo ogni rancore, ogni torto, perché il distacco si sovrappone davanti ad ogni avvenimento accaduto prima e riusciamo a pensare a quella persona ormai volata via solo in bene, ed anche la cosa piu’ grave la ricordiamo col sorriso in bocca. Abbiamo la necessità di creare rapporti fedeli e indissolubili per arrivare al cospetto di Dio.

Abbiamo bisogno di cercare il fratello come una pecorella perduta, trovarlo, stargli accanto, riaverlo vicino al cuore e se non ascolta perdonalo 70 volte 7 e se non ti ascolta sia per te un pubblicano e un pagano.

I pubblicani e i pagani sono coloro per cui si dà la vita, il nemico da amare perché

Dio lo ama, abbiamo il diritto di pregare per lui se non riesce a capire che lo stiamo ammonendo per amore e non per un fine diverso. Siamo chiamati a guardare l’altro con gli occhi di Dio ad aiutarlo a trovare la propria bellezza al di là delle apparenze, ad essere ascoltato e amato gratuitamente per quello che è e non per quello che deve dimostrare perché solo con l’amore, l’altro inizierà a rimettersi in gioco

                                                                       Fine Prima parte

domenica 31 maggio 2020

il Significato delle lacrime

 Sono trascorsi più di due mesi da quando è iniziato il lock down. È stato un tempo di dolore, di sofferenza per tutti ma un tempo abitato dall’amore di Dio attraverso i social , la televisione , finalmente  adesso possiamo uscire , siamo alla seconda fase, è il tempo di imparare a convivere con questo male fin quando i virologi attraverso un raggio di luce dall’alto non trovino per noi una soluzione volta a salvare tutto il mondo da questa Pandemia.

È necessario pregare tanto e bene per tutto il mondo racchiuso in questo dolore, che davvero lo Spirito consolatore possa asciugare, consolare e riscaldare le lacrime di tutti e di ciascuno.

Nel mondo antico piangere non significava dimostrarsi deboli, il pianto era una manifestazione profonda dei propri sentimenti di dolore, frustrazione, nostalgia. Secondo la mitologia dell’antico Egitto, l’umanità sarebbe scaturita dalle lacrime del dio Ra. Le lacrime sgorgano dal cuore, si pensava, e per gli antichi il cuore era la sede dell’intelligenza, delle emozioni, dei sentimenti e dei pensieri.  Le Lacrime le troviamo nell’Epopea di Gigalmesh e così nel mondo omerico, dove il loro valore è testimoniato da episodi numerosi, sia nell’Iliade che nell’Odissea. Le lacrime di Achille, di Agamennone, di Ettore, di Diomede, Patroclo, Ulisse esprimono molteplici sentimenti che non sono dominati dalla debolezza, mai il contrario, esprimono piena accettazione della propria umanità e quindi irrompono in quella sfera che rende eroico l’uomo: vivere nonostante la propria finitezza. Piangere riveste una dimensione tipicamente umana e inesorabile, quella della sofferenza, che non risparmia nessuno. “Prova pena e tormento per prima cosa”: così, nel Canto notturno di un pastore errante dell'Asia (39-42), Giacomo Leopardi descrive il primo vagito del neonato. Nella prima infanzia si comunica ogni bisogno attraverso il pianto, che solo più tardi si tradurrà in parola.

Entriamo nel mondo piangendo e tra le doglie di dolore della nostra mamma e piangendo e/o facendo piangere lasciamo questo mondo per raggiungere la vita eterna. Molto spesso le lacrime di dolore si confondono con quelle di commozione e di gioia.

Le lacrime

Le lacrime ricorrono costantemente nella Bibbia, nell’Antico e nel Nuovo Testamento, investendo una gamma di sentimenti talmente ampia da risultare inimitabile nelle altre fonti. Il pianto investe uomini e donne di ogni condizione. Sono lacrime di pentimento, di supplica, sofferenza, purificazione, di consolazione, di angoscia ma anche di condanna, quando Gesù allude al destino riservato ai dannati che andranno là dove vi sarà “pianto e stridore di denti” (Mt 13,42). Le lacrime sono al centro del libro delle Lamentazioni. Nei Salmi, in particolare, le lacrime sono effetto del pentimento o della consolazione, Sono un linguaggio, una voce molto presente, soprattutto nei Salmi appaiono il segno della condizione del giusto che soffre, che «non ha altro pane che lacrime di giorno e di notte» (cfr. Sal 42,4), che «ogni notte piange sul suo letto, bagnando di lacrime il suo giaciglio» (cfr. Sal 6,7). Ed egli, nella sua afflizione, è visto e consolato da Dio, dal «Signore che ascolta i suoi singhiozzi» (cfr. Sal 6,9), che «non resta sordo al suo pianto» (cfr. Sal 39,13). Dio raccoglie le lacrime di ciascuno in un otre e non ne perde neppure una (56,9).La “via delle lacrime”, conduce al mistero di Dio e quindi alla salvezza. Ce lo ricorda per prima Rachele: sposa di Giacobbe e madre di Giuseppe e Beniamino, colei che, come ci racconta il Libro della Genesi, muore nel dare alla luce il suo secondogenito, cioè Beniamino.

Il profeta Geremia fa riferimento a Rachele rivolgendosi agli Israeliti in esilio per consolarli, con parole piene di emozione e di poesia; cioè prende il pianto di Rachele ma dà speranza: “Così dice il Signore: «Una voce si ode a Rama, un lamento e un pianto amaro: Rachele piange i suoi figlie non vuole essere consolata per i suoi figli, perché non sono più» (Ger 31,15).

In questi versetti, Geremia presenta questa donna del suo popolo, la grande matriarca della sua tribù, in una realtà di dolore e pianto, ma insieme con una prospettiva di vita impensata. Rachele, aveva assunto quella morte perché il figlio potesse vivere, ora invece, rappresentata dal profeta come viva a Rama, lì dove si radunavano i deportati, piange per i figli che in un certo senso sono morti andando in esilio; figli che, come lei stessa dice, “non sono più”, sono scomparsi per sempre. E per questo Rachele non vuole essere consolata. Questo rifiuto esprime la profondità del suo dolore e l’amarezza del suo pianto. Davanti alla tragedia della perdita dei figli, una madre non può accettare parole o gesti di consolazione, che sono sempre inadeguati, mai capaci di lenire il dolore di una ferita che non può e non vuole essere rimarginata. Un dolore proporzionale all’amore. Questo rifiuto di Rachele che non vuole essere consolata ci insegna anche quanta delicatezza ci viene chiesta davanti al dolore altrui. Per parlare di speranza a chi è disperato, bisogna condividere la sua disperazione; per asciugare una lacrima dal volto di chi soffre, bisogna unire al suo il nostro pianto. Solo così le nostre parole possono essere realmente capaci di dare un po’ di speranza, altrimenti meglio il silenzio; la carezza, il gesto e niente parole.

Ogni madre sa tutto questo; e sono tante, anche oggi, le madri che piangono, che non si rassegnano alla perdita di un figlio, inconsolabili davanti a una morte impossibile da accettare. Rachele racchiude in sé il dolore di tutte le madri del mondo, di ogni tempo, e le lacrime di ogni essere umano che piange perdite irreparabili, ma Le lacrime hanno generato speranza. E questo non è facile da capire, ma è vero. Tante volte, nella nostra vita, le lacrime seminano speranza, I figli di Rachele sono i figli di Dio stesso: entrambi si rifiutano di rassegnarsi alla loro scomparsa in paese nemico. Il pianto di Rachele assume un carattere riparatorio e finisce per essere ascoltato da Dio che le fa una promessa consolatrice: "Dice il Signore: ‘Trattieni la voce dal pianto, i tuoi occhi dal versare lacrime, perché c’è un compenso per le tue pene; essi torneranno dal paese nemico. C’è una speranza per la tua discendenza: i tuoi figli ritorneranno entro i loro confini’ " (Ger 31, 16-17).

Il testo di Geremia è poi ripreso dall’evangelista Matteo e applicato alla strage degli innocenti (cfr 2,16-18). Un testo che ci mette di fronte alla tragedia dell’uccisione di esseri umani indifesi, all’orrore del potere che disprezza e sopprime la vita. I bambini di Betlemme morirono a causa di Gesù. Il pianto non risparmia Dio che piange sul male che regna nel mondo senza rassegnarvisi. Esse svelano una verità umana decisiva: la presenza dell’infinito nel finito", perciò sono una breccia e insieme una grazia.

E Lui, Agnello innocente, sarebbe poi morto, a sua volta, per tutti noi.

Le lacrime di Giacobbe, quelle di Esaù, di Lia o ancora di Giuseppe, per esempio, poi quelle dei Profeti, soprattutto d’Isaia e di Geremia, ma anche quelle del Salmista, incitano così a riflettere sulle diverse emozioni che esse significano.

Mentre il silenzio si consuma nella solitudine, piangere è sempre rivolgersi a qualcuno, sia pure assente o sconosciuto. Le lacrime vegliano su questa destinazione, interpellano una relazione, sperano una visita. Non esiste una risposta chiara al perché della sofferenza, l’unica ragione la troviamo nella liberta’ che Dio ci ha dato nel farci  scegliere il bene o il male.

 E’ possibile però trovarne un senso vedendo la vita di Gesù abbiamo già accennato di Gesu’ che piange col cuore spezzato nel vedere Gerusalemme perché vede i peccati passati, presenti e futuri ( LC 19, 41-42) Dio, nostro Padre amorevole, si intristisce quando vede che ci stiamo allontanando da Lui. Molte spesso, però, abbandoniamo il Suo amore e seguiamo le nostre strade. I nostri peccati fanno piangere Gesù, ma per fortuna le Sue braccia sono sempre aperte per accoglierci quando torniamo da Lui. Cosi come nel figliol prodigo
  - Giovanni 11, 32-36 ci narra Gesù piange dopo aver saputo che un suo caro amico, Lazzaro, è morto.
Nell’episodio di Lazzaro Gesù versa lacrime in un pianto silenzioso, espresso dal verbo κλαίω, mentre il pianto su Gerusalemme è reso con il verbo δακρύω, piangere in modo sonoro, udibile. Gesù vuole farsi sentire da tutti coloro gli stanno attorno: che sappiano, che si ravvedano. La radice dello stesso verbo usato per il pianto per Gerusalemme si trova nella parola che esprime i lamenti angosciosi nel Getsemani. Gli episodi sembrano voler indicare le tre dimensioni dell’uomo, che sono quella dell’io-tu (Gesù-Lazzaro), dell’io-mondo/umanità intera (Gesù-Gerusalemme) e infine dell'io solo di fronte a se stesso e a Dio (Getsemani). In questa prospettiva il significato delle lacrime si rafforza, diventa ancora più potente.

Considerando il contesto dell’Antico Testamento e della tradizione ebraica, che permetteva ed esigeva il pianto funebre purché non parossistico, ed insieme tenendo conto del freno posto da Gesù alle lacrime sui defunti e su se stesso, possiamo dedurre che Maria sotto la Croce si trovava in una posizione paradossale.

Doveva piangere secondo l’uso ebraico e in forza della pressione naturale del sentimento materno, eppure doveva tener conto del monito del Figlio alle donne, con le quali si trovava verosimilmente anche lei sulla via del Calvario: "Non piangete su di me…" (Lc 23, 28).

La Lettera agli Ebrei 5,7 conferma che le lacrime di Gesu’ sono state accompagnate da una veemente supplica a Dio. Ovviamente non c’è bisogno di piangere perché il Signore ci ascolti, ma in questo passo è evidente che Egli è sensibile ai nostri “cuori pentiti. Egli vuole che le nostre preghiere siano un’espressione di ciò che siamo dentro, non a livello superficiale. Il cuore deve quindi abbracciare tutto il nostro essere e nutrirsi delle nostre emozioni, permettendo a Dio di penetrare in tutti gli aspetti della nostra vita.

L’esempio di Cristo, sempre normativo per il cristiano,  ci dice che ciò che conferisce senso alla nostra vita – e può donarci, nonostante tutto e seppure a caro prezzo, la felicità – non sono le sofferenze in sé, ma l’amore che ci impegniamo a donare e accettiamo di ricevere anche quando le sofferenze «si abbattono come onde su di noi e sembrano sommergerci». E’ questa, sottolinea Bianchi, la vera sfida, questa è «la via cristiana, che può però essere sentita come possibilità ragionevole, significativa e umanizzante anche da parte di chi non è credente»..
Nessuno può risolvere il problema della sofferenza né c’è alcuna risposta certa al perché della sofferenza, ma le vie di consolazione sono percorribili, con gli altri e comunque con Dio, il Consolatore. Detto altrimenti, non c’è risposta alla sofferenza, al pianto, ma ci può essere risposta agli uomini e alle donne che soffrono e piangono: una risposta che può venire dagli altri, cioè da noi, e da Dio.
Dio è colui che grida a noi: «Consolate, consolate il mio popolo [. .. ] parlate al suo cuore» (Is 40,1-2; cfr. Os 2,16); è colui che manda il suo Servo a «consolare tutti gli afflitti» (Is 61,2), testo che probabilmente ha ispirato la beatitudine matteana; è colui che invia il Consolatore perché porti consolazione e gioia. Sì, a tutti gli uomini che piangono, nella loro sofferenza Dio promette: «Io vi consolerò» (Is 66,13). Poi li rassicura: «Io cambierò il vostro lutto in gioia, vi consolerò e vi renderò felici, senza afflizioni» (cfr. Ger 31,13). Ovvero: «La vostra sofferenza sarà da me trasfigurata, non andrà perduta»! tuttavia «ci può essere risposta agli uomini e alle donne che soffrono e piangono» e che – come afferma un passo straordinario del libro del Qoelet – il nostro compito non è tanto, o soltanto, quello di interrogarci sul perché delle lacrime, ma soprattutto quello di adoperarci affinché non esistano più «lacrime da nessuno consolate».

La seconda beatitudine è rivolta agli afflitti, a coloro che piangono: «Beati coloro che piangono, perché saranno consolati» (Mt 5,4). Questa beatitudine si apre a un orizzonte universale, quello di tutta l’umanità, perché in ogni tempo e in ogni terra ci sono stati, ci sono e ci saranno uomini e donne che piangono. Proprio tale ampiezza di orizzonti spaventa e interroga i commentatori, che notano in questa parola di Gesù la mancanza di una portata religiosa, spirituale,.
Ma la domanda resta: da dove verrà la beatitudine per coloro che piangono? Gesù ci ha rivelato che nel giudizio quelli che non hanno conosciuto il pianto, e anzi hanno riso e mai si sono accorti delle lacrime del prossimo, questi piangeranno. Ecco perché in Luca la beatitudine: «Beati voi, che ora piangete, perché riderete» (Lc 6,21), è seguita dall’avvertimento: «Guai a voi, che ora ridete, perché sarete nel dolore e piangerete» (Lc 6,25). D’altra parte la beatitudine riservata a coloro che piangono non ha una possibilità di realizzazione solo nel giorno del giudizio, ma già qui e ora: già nei loro giorni, sulla terra, quelli che piangono possono conoscere una consolazione che viene dallo Spirito Santo, il Paraclito, il Consolatore (cfr. Gv 14,16.26; 15,26; 16,7), che nell’angoscia è accanto a loro (cfr. Sal 91,15) e dona loro forza e gioia da parte di Dio.

nella sofferenza siamo tentati di diventare più attenti a noi stessi, più egoisti, siamo tentati di cercare una salvezza senza gli altri e magari a scapito degli altri. La sofferenza a volte abbruttisce, rende aggressivi e ci fa assumere comportamenti che, nella loro violenza, ci erano estranei in passato. La sofferenza è una prova terribile, che nessuno di noi può sfuggire. Prima o dopo, e con diversa intensità, noi soffriamo :: soffriamo quando siamo separati dalla madre con il taglio del cordone ombelicale; soffriamo quando dobbiamo lasciare padre, madre e terra e, più in generale, quando dobbiamo lasciare qualcosa che ha rappresentato un valore positivo nella nostra vita; soffriamo quando dobbiamo rinunciare ai sogni di felicità, quando perdiamo la salute, quando perdiamo chi amiamo; soffriamo quando invecchiamo e ci sfuggono le forze e il tempo; soffriamo quando la morte si avvicina e dobbiamo rinunciare a vivere. Sono tutte sofferenze necessarie, senza le quali non si cammina nella vita, sono sofferenze che dobbiamo attraversare e che provocano afflizione, pianto...
Le sofferenze di per sé non sono utili né salvifiche, non sono automaticamente una forma di purificazione, un mezzo per diventare più buoni. Credo però che in esse e attraverso di esse si giochi sempre la salvezza della nostra vita, la ricerca di senso: in particolare, quando le sofferenze si abbattono come onde su di noi e sembrano sommergerci, proprio allora ci è chiesto di impegnarci ad amare e ad accettare di essere amati. (...)
Insomma, siamo chiamati a fare della sofferenza una via di comunione: questa è la sfida, questa è la via cristiana, che può però essere sentita come possibilità ragionevole, significativa e umanizzante anche da parte di chi non è credente.
nella sofferenza affiorano, fino a imporsi, le domande essenziali per l’uomo: «Da dove vengo? Dove vado? Chi sono io? Chi sono gli altri per me?», perché – come dice il Salmo – «l’uomo nel benessere non comprende» (Sal 49,21), è tentato di non discernere.  Quanto alla consolazione possibile a opera di noi uomini, è esemplare l’atteggiamento di Gesù: nei suoi molti incontri con i sofferenti egli non ha mai predicato rassegnazione, non ha mai mostrato atteggiamenti fatalistici o doloristici, non ha mai chiesto di offrire la sofferenza a Dio, non ha mai detto che più uno soffre, più uno è vicino a Dio. Gesù sapeva bene che è l’amore, non la sofferenza, che salva! Per questo si è preso cura dell’umanità sofferente, di chi vedeva piangere, rinnovando una volta di più la sua offerta di amore. Ecco qual è l’opera di consolazione richiesta anche a ciascuno di noi, per quanto ci è possibile: adoperarci affinché non esistano più «lacrime da nessuno consolate» (cfr. Qo 4,1).
Questa duplice opera di consolazione mi pare mirabilmente riassunta in un passo della Seconda lettera di Paolo ai Corinzi: «Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre delle misericordie e Dio di ogni consolazione! Egli ci consola in ogni nostra tribolazione, perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in ogni genere di afflizione con la consolazione con cui noi stessi siamo consolati da Dio» (2Cor 1,3-4).

Pietro piange per essersi accorto di aver tradito Gesù, di essere venuto meno alla fiducia che gli era stato accordato. Ed è un pianto amaro, un pianto pesante, che lo prostra nella sofferenza. Ma quelle lacrime purificano la sua coscienza, il suo cuore immerso nella notte del peccato. Quel pianto lo lava dalle colpe. Per piangere Pietro dovette uscire fuori, si appartò. Quello di Pietro non è un pianto plateale, da teatro. Quel pianto in solitudine e lontano dagli altri gli permette di vivere ancora più intensamente il suo rapporto con il Signore. Il pianto dell’Apostolo fuori e lontano dagli altri è una preghiera. Piangendo, Pietro prega. Come la preghiera di Davide, quando anche lui, dopo averla fatta grossa, pianse e pregò: “Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia; nella tua grande bontà cancella il mio peccato. Lavami da tutte le mie colpe, mondami dal mio peccato. Riconosco la mia colpa, il mio peccato mi sta sempre dinanzi. Contro di te, contro te solo ho peccato, quello che è male ai tuoi occhi, io l'ho fatto” (Salmo 50)

Papa Francesco in una delle sue omelie ci chiede ” Il pianto è nelle nostre preghiere?”

Maria Maddalena piange quando lava i piedi di Gesù con le sue lacrime e piange Pietro quando al cantar del gallo realizza il suo tradimento. Le lacrime più preziose sono certamente quelle della Vergine: quelle di una madre per il Figlio e per ciascuno dei suoi figli.

Da una parte si vedeva inclusa nella profezia di Zaccaria, che Giovanni applicherà a Cristo crocifisso [cfr. Gv 19, 37], la quale prevedeva ed autorizzava un pianto universale su di lui, a cominciare dalla madre che prorompe in lacrime per la morte violenta del suo primogenito: "Guarderanno a colui che hanno trafitto. Ne faranno il lutto come si fa lutto per un figlio unico, lo piangeranno come si piange il primogenito" (Zac 12, 10).

E dall’altra parte Maria si sente spinta dalle parole del Figlio a dirottare l’oggetto delle sue lacrime da Gesù innocente al mondo peccatore, in particolare a Gerusalemme ingrata e chiusa alla visita divina su cui Gesù stesso aveva pianto [cfr. Lc 19, 4].

Il piangere di Maria evita l’esagerazione e il difetto, e si risolve in un pianto sommesso e allargato alle dimensioni del mondo. Ella piange il suo primogenito secondo l’uso ebraico, evitando il parossismo, ma esterna con le lacrime il suo dolore di madre colpita nel più caro degli affetti.

Maria piange per un comprensibile sfogo della natura, ma si eleva al piano salvifico seguendo Gesù nell’orientare il pianto verso il peccato, causa della rovina dell’uomo ma di cui egli si è caricato per espiarlo. Ella si unisce al suo Unigenito offrendo le sofferenze per la redenzione del mondo.

Generalmente, la Chiesa attribuisce a Maria una sofferenza profonda, esternata in un pianto sommesso. è la linea seguita dallo Stabat Mater, in cui l’interiore patire della Vergine "si ravviva e si umanizza in un contemplare velato di lacrime". Il pianto di Maria non è disperato, non solo perché sa che il Figlio muore per la salvezza degli uomini, ma pure perché crede nella promessa della risurrezione. Maria diviene così il modello del pianto cristiano, un paradigma particolarmente efficace per cristianizzare il cordoglio funebre. Da San Giovanni Crisostomo a San Luca di Bova ritorna la polemica contro il perdurare del costume pagano del cordoglio funebre. Più che prediche e canoni occorreva un modello con funzione trasfiguratrice del lamento rituale.

Il grande strumento pedagogico del nuovo ethos cristiano di fronte alla morte fu la figura della Mater dolorosa, così integralmente umana nel suo dolore per il Figlio morto, e tuttavia così interiore e raccolta nel suo silenzioso "stare" velato di lacrime davanti alla Croce.

Nel brano dell’agire del samaritano nel Vangelo, ma in modo particolare l’ultima parte. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno.

Sappiamo che il prossimo più prossimo per noi sposi è la persona che abbiamo accanto. Prima ancora dei figli stessi. Queste parole di Gesù sono una potenza.. Quando l’altro/a non può pagare, non ne è capace, non è pronto, non è in grado di farsi dono dobbiamo pagare noi per lui/ lei . Questo è la forza e lo scandalo dell’amore. Scandalo perchè risulta indigesto e ingiusto, non è facile da accettare e digerire. Forza perchè chi riesce ad amare in questo modo diventa davvero luce per il mondo. Questo vale per le piccole divisioni come per le grandi. C’è chi, però, è stato chiamato a pagare davvero tanto. Chi abbandonato continua ad offrire la sua vita nella fedeltà ad una persona che, oggettivamente, non merita un dono tanto grande. Eppure, per la Grazia di Cristo, lo fa, per le ferite e l’egoismo dell’altro che causano dolore a tutti.. Tutti volti di uno stesso amore grande. Tutti volti che si somigliano. Somigliano a quel volto del crocefisso, al volto di chi ha dato la vita per gli altri. Per questo sono bellissimi.

Stanno pagando non solo per loro, ma affinché, fosse anche all’ultimo respiro, la persona che Dio gli affidato per prepararsi alla vita eterna, possa trovare la forza e la volontà di dire finalmente il suo sì a Gesù. Stanno pagando per la salvezza di entrambi. Questo genera scandalo, ma questa è la grandezza del matrimonio cristiano, questa è la grandezza di una fede che crede in un Dio che si fa uccidere per pagare ogni nostro misero errore. Senza nessun nostro merito, ma solo per sacrificio d’amore.

E per concludere  ci terrei a porre  a postare quest’ultimo brano del vangelo

 “Nel giorno dopo il sabato, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand’era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava [San Giovanni evangelista], e disse loro: ‘Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!’ Uscì allora Simon Pietro insieme all’altro discepolo, e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra, e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte”.

Il sudario piegato ha a che vedere con una dinamica quotidiana tra padrone e servo – dinamica che ogni bambino ebreo conosceva bene. Il servo, quando preparava la tavola perché il padrone mangiasse, cercava di essere sicuro di farlo esattamente nel modo desiderato dal suo signore.

Dopo che era stata preparata la tavola, il servo rimaneva ad aspettare fuori dal campo visivo del padrone fino a che questi non aveva terminato di mangiare. Il padrone quindi si alzava, si puliva le dita, la bocca e la barba, appallottolava il tovagliolo e lo lasciava sulla tavola. Il tovagliolo appallottolato voleva dire “Ho finito”.

Se il padrone si fosse alzato e avesse lasciato il tovagliolo piegato al lato del piatto, il servo non avrebbe osato toccare la tavola, perché lasciare il telo piegato avrebbe significato: “Tornerò!”.

Ed allora possiamo esser certi che al Suo ritorno  “…ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio. E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate” (21, 3-4).

tratto da varie fonti 
Omelie di Papa Francesca, spiegazioni tratte dal Significato delle lacrime nella Bibbia  tratto da articoli su Avvenire, Messaggero etc etc