martedì 14 agosto 2012

Il libro della genesi dal 4 al 20 capitolo


L’uomo continua a moltiplicarsi  e  sempre piu’ si ribella a Dio e alla sua legge, questo  comporta per Dio un “dolore” profondo. Nel nostro testo il peccato è talmente grande che pare met­tere in discussione la bontà della decisione di Dio di creare il mondo. Questo “pentimento” di Dio è un modo vigoroso per esprimere i sentimenti divini modellati su quelli umani: è ciò che abbiamo già chiamato “antropomorfismo”, cioè una rappresentazione di Dio in forme e modi umani. Il Signore, allora, lascia libero corso alla sua giustizia, che comprende il giudizio dell’empio e la salvezza del giusto (“Noè trovò grazia agli occhi del Signore”). Siamo così di fronte alla grandiosa scena del diluvio che la Bibbia dipinge usando come base antichi miti mesopotamici (ci sono 17 punti di contatto con questi testi). Il punto di partenza del racconto biblico del diluvio, è for­se una catastrofe naturale legata ai due fiumi mesopotamici, il Tigri e l’Eufrate, che, in caso di forti piogge, le acque si trasformano in un’enorme massa che dilaga distruggendo tutto. Le versioni extra bibliche riflettono la mitologia pagana: vi sono molti dei che decretano il diluvio, senza alcun motivo evidente (alcuni vedevano nel diluvio la reazione degli dei infastiditi dal vociare degli uomini durante il loro riposo). L’eroe è avvisato da uno di essi, senza alcuna esplicita motivazione morale. Nel racconto biblico, invece, l’unico Dio, supremo Signore della situazione, decreta il diluvio a causa del peccato del­l’uomo (“la  malvagità dell’uomo era grande... la terra era cor­rotta... era piena di violenza... ogni uomo aveva pervertito la propria condotta...). Noè è salvato in ragione della sua giustizia. Il racconto si fissa, così, sulla salvezza del giusto Noè, dei suoi figli e di un seme della vita, perché Dio non smenti­sce se stesso nella sua funzione di Creatore. L’ARCA, è ricoperta di bitume (tipicamente mesopotamico), è una specie di palazzo galleggiante a tre piani, stando almeno alle misure offerte dal testo biblico:
156 m. di lunghezza (300 cùbiti)
26 m. di larghezza (50 cùbiti)
16 m. di altezza (30 cùbiti)
Per un totale di 65-70.000 mc.
“Il cùbito”: unità di misura dell’ A.T. corrisponde a circa 54 cm. Tuttavia nel corso della storia si sono avute delle va­riazioni. Ezechiele, infatti, parla di un “cùbito” più lungo che corrisponde a 52 cm. Per molti Padri della Chiesa l’arca di Noè è il simbolo del­la Chiesa, la comunità di coloro che, tramite il battesimo, sono salvati e costituiscono il germe di una nuova umanità. Questa interpretazione prende spunto anche da un testo del N.T.: “L’arca, nella quale poche persone, otto in tutto, furono salvate per mezzo dell’acqua, è figura del battesimo, che ora salva voi” (1 Pietro 3, 20-21). Si trovano poi altri accostamenti: come il legno dell’arca sal­va l’umanità dal diluvio, così il legno della croce salva i credenti raccolti nella Chiesa. Con Noè, la moglie e i figli, entrano coppie di animali ca­talogati secondo le usanze rituali: volatili, bestiame, rettili. La distinzione tra animali puri e impuri è molto antica ed è comune all’ambiente culturale circostante all’antico Israele. Pare che questa distinzione fosse originariamente basata sul significato favorevole o sfavorevole che gli animali avevano per l’esistenza umana. Nel racconto del diluvio sono presenti due tradizioni: quella Sacerdotale e quella Jahwista. Esse appaiono ora fuse in un unico racconto, ma si vedono anco­ra delle differenze: In Gen. 6,19 (Tradizione Sacerdotale) si parla di una coppia per ogni specie di animali. In Gen. 7,2 (Tradizione Jahwista) si distingue: per gli animali puri si introducono nell’arca 7 coppie; per quelli impuri  una sola coppia. Gen. 7,11: la Tradizione Sacerdotale ha delle indicazioni pre­cise: “nel secondo mese, nel primo giorno del mese”; mentre la Tradizione Jahwista ha delle indicazioni più generiche: Gen. 7,10: “settimo giorno”. La stessa durata del diluvio passa dai 40 giorni (Gen. 7,12) all’anno intero (quando Noè entra nell’arca ha 600 anni: Gen. 7, 6.11; quando esce ne ha 601: Gen. 8,13). Non dobbiamo, quindi, stupirci delle ripetizioni, delle incongruenze e delle variazioni, perché la diversità è dovuta al fatto che il racconto del diluvio è frutto della fusione non perfetta di due tradizioni (Sacerdotale e Jahwista), differenti ma parallele dell’evento.
Ecco davanti a noi il quadro impressionante del diluvio. Le acque si rovesciano a cascata dal cielo. Il “grande oceano” indica le acque che invadono la terra; le “cateratte” invece sono la barriera in cielo che si apre quando piove. Nel racconto della Creazione del cap. 1 della Genesi si distinguevano infatti: “le acque che sono sopra il firmamento dalle acque che sono sotto il firmamento”. Le acque che si ingrossano invadendo la terra, sconvolgono l’or­dine del cosmo fissato da Dio nella Creazione. Il numero 40, è frequente nella Bibbia, sia nell’ A.T. che nel N.T. In particolare la menzione dei “quaranta giorni e qua­ranta notti” è legata all’esperienza di Mosè al Sinai (Esodo 24,18; 34,28; Deut. 9,9.11.18; 10,10). Si vuole così indicare un tempo in se compiuto. Sia nel caso di Mosè sia nel caso di Noè, abbiamo la contrapposizione tra un uomo giusto, che rima­ne fedele Dio, e la massa degli altri uomini che invece sono infedeli e peccatori. E’ suggestivo l’annotazione secondo la quale è il Signore stesso a chiudere la porta dietro a  Noè (v. 16), quasi preoc­cupandosi della sicurezza della vita del giusto. Il Libro della Sapienza 10,4 affermerà che fu la stessa sa­pienza divina a “pilotare il giusto e la sua semplice imbarcazione”. Le acque, intanto, iniziano a crescere di livello fino al punto di coprire le stesse vette dei monti, riducendo la  terra a un’enorme distesa di acqua e fango. L’orizzonte è sommerso da questa onda distruttrice, tutto è avvolto in un sudario di morte che è, però, segno del giudizio di Dio sul male: “Per ogni essere vivente che si muove sulla terra... così fu sterminata ogni creatura esistente sulla faccia della terra” (vv; 21.23).E’ già stato spiegato che le “grandi acque” sono il simbolo nella Bibbia del “caos” e del “nulla” che tentano di assaltare la Creazione, cercando di corroderla e sgretolarla. Nel 1 cap. della Genesi, infatti, le acque divise dalla terra erano il se­gno della creazione divina. Il mondo ora sta ritornando nel caos sta quasi ripiombando in quel nulla da cui era uscito. In questo panorama di morte e di sterminio di tutti gli esseri viventi, si erge l’arca, segno della vita che continua e della protezione divina sul giusto. Nella Lettera agli Ebrei 11,7 si leggerà questo ritratto di Noè: “Per fede Noè, avvertito divinamente di cose che ancora non si vedevano, costui con pio timore costruì un’arca a sal­vezza della sua famiglia; e per questa fede condannò il mondo e divenne erede della giustizia secondo la fede”.  Dopo il diluvio “Dio si ricordò di Noè”.Il “ricordo” nella Bibbia non è una semplice memoria del pas­sato ma è un atto efficace che opera nel presente: in pratica è equivalente alla salvezza. Dio, dunque, salva Noè e tutte le creature dell’arca, dopo che le acque avevano steso il loro manto di morte per un anno intero (stando alla tradizione Sacer­dotale).Infatti, il Signore chiude le sorgenti dell’abisso oceanico e le cateratte delle piogge, fa soffiare un forte vento (“ruah” ha qui un effetto salvifico) così da far calare le acque in  un arco di 150 giorni e infine fa emergere le vette dei monti. Al di là dei tentativi di identificazione precisa e delle fantasiose spedizioni alla ricerca dei resti dell’arca, la Bibbia non si interessa di offrirci coordinate topografiche, ma di esal­tare la pace che sta per rinascere tra Dio, l’uomo e il cosmo Di nuovo possiamo notare l’esatta cronologia della tradizione Sacerdotale; Gen. 8,5: “Nel decimo mese, il primo del mese secondo il calendario solare perpetuo, che si crede adottato dalla scuola Sacerdotale post-esilica, il primo abbassarsi del­le acque, avvenne di mercoledì (v. 3b) e il primo apparire del­le montagne di mercoledì (v. 5b). Questi sono eventi di libera­zione (Esodo 12, 40-51 e Num. 33,3; in cui l’Esodo dall’Egitto e la dipartita da Ramses avvengono di mercoledì. L’Arca invece, si fermò sulle vette dell’Ararat il “venerdì”:  il giorno degli arrivi Noè sonda la nuova situazione climatica attraverso due uccelli viaggiatori: un corvo e una colomba. Nel testo biblico abbiamo invece la colomba inviata per tre volte. La menzione del corvo, che pare non accordarsi con il resto della narrazione, è forse un’aggiunta che ricorda il rac­conto in cui si parlava di tre uccelli diversi. La colomba diventerà nella Bibbia anche un simbolo di Israele, essa porta nel becco il segno della nuova vita pacificata della terra (l’ulivo), diventando così l’emblema dell’armonia ri­trovata tra il Creatore e la creazione. E’ quindi il momento di uscire dall’arca, al termine del lungo periodo del diluvio (un anno della vita di Noè, secondo la tradizione Sacerdotale offerta dal v. 13). Il narratore biblico ci presenta la festosa processione degli ospiti dell’arca che abbandonano il loro rifugio, mentre Dio ripete la promessa di vita, come alle origini (“perché siano fecondi e si moltiplichino sulla terra”). Gli antichi racconti mesopotamici del diluvio presentano come primo atto dell’eroe salvato dalla morsa delle acque, l’offerta di un sacrificio. Anche Noè erige un altare e celebra un sacri­ficio di “olocausto”, (termine greco che significa: “completa­mente bruciato”; in questo tipo di sacrificio tutta la vittima era bruciata), consumando nel fuoco la vittima. Dio gradisce l’offerta del giusto e questo gradimento è pit­torescamente raffigurato dall’ ”odorare” gustoso di Dio. Dopo il rito del sacrificio, diventava più benevole nei confronti dell’uomo. Dio allora al sacrificio risponde con una Promessa: “Io non tornerò più a ma­ledire la terra a causa dell’uomo, perché l’istinto del cuore umano è malvagio fin dall’adolescenza (è la sintesi della vita cosciente dell ‘adulto)”.
 Il “cuore” secondo la Bibbia.
tratta di un concetto molto importante nella Bibbia: Dio stipula un’alleanza con Abramo (Lev. 15 e 17); con il suo Popolo al Sinai (Esodo 24) e a Sichem dopo l’entrata nella terra pro­messa (Giosuè 24); con Davide ( 2 Sam. 7; Salmo 89).L’istinto del cuore umano è incline al male. “Cuore”, indica, nel linguaggio biblico, non solo la sede degli affetti, ma anche della volontà e dell’intelligenza. In questo “centro” dell’uomo, l’autore sacro, con una sfumatura di pessimismo, vede un’incli­nazione al male, contro cui l’uomo deve combattere (Gen. 4,6-7:discorso di Dio a Caino). Dopo che la giustizia ha fatto il suo corso (con il diluvio), ora è il tempo del perdono, espresso dal ritmo delle stagioni e dei giorni, simbolo della ritrovata armonia. L’uomo non è cambiato, ma la decisa volontà salvifica di Dio adesso decreta misericordia e la continuazione della  sto­ria della salvezza. Gen. 8,22  presenta la benedizione di Dio associata al ritmo del tempo e delle stagioni. L’alternanza delle stagioni è fon­damentale per la riuscita del lavoro agricolo e la sopravviven­za dell’uomo. Solo la permanenza di questo ciclo vitale e il giusto inserimento dell’uomo in esso, garantiscono la conser­vazione della vita. Per l’autore biblico tutto questo è opera di Dio. In conclusione ci sara’ una  “tavola dei popoli”,che  vuole, da un lato affermare che il collegamento esistente tra tutti gli uomini è volu­to da Dio, e dall’altro, descrivere le diverse culture e razze ricorrendo a spiegazioni popolari. Si prepara così, la drammati­ca dispersione dei popoli operata dalla prepotenza di Babele.

LA TORRE DI BABELE(Gen. 11, 1-9)

Nel  racconto della torre di Babele si apre con l’affermazione che “tutta la terra aveva una sola lingua e usava le stesse parole”. Si vuole così indicare l’unione politica e religiosa di vari po­poli retti da un governo centralizzato. L’autore biblico vede, perciò, nella torre di Babele il segno della sfida che l’uomo intende rivolgere al cielo (la sede divina). E’ ancora una volta il “peccato originale”: il voler “essere come Dio” in quanto la pluralità razziale e culturale è voluta da Dio e può essere una ricchezza, se espressione di libertà. Ma può essere anche, come avviene nel nostro racconto, frutto di un peccato: quello dell’orgoglio e dell’imperialismo, sconfitto da Dio.  A questa sfida “verticale” si unisce quella “orizzon­tale” del dominio su tutte le Nazioni, riducendole a un solo popo­lo e una sola lingua. Dio è qui rappresentato, come un sovrano, che scende dalla sua residenza celeste a ispezionare ciò che l’umanità peccatrice compie e a scardinare i folli progetti. Egli “confonde la lingua e “disperde” questa unità artificiosa. L’autore biblico in questo modo spiega il termine: “Babele” (dall’ebraico: “Babal” = “confondere”, “mescolare” v.9).La genealogia di Gen.11, 10-32 presenta una linea ininter­rotta che da Adamo conduce ad Abramo; indicando così l’unità della storia della salvezza. Con l’entrata in scena di Abramo, il racconto biblico si concentra sulla sua figura di antenato, padre e modello di fede per il popolo ebraico. Con lui ha inizio la cosiddetta “storia dei Patriarchi”. La genealogia non è, perciò, un arido elenco di nomi ma è la preparazione del filo d’oro della salvezza che comincerà tra poco a snodarsi. L’alto grado di civiltà di questa città, che ri­sale a parecchi secoli prima di Abramo, ci ricorda che l’inizio della storia del popolo ebraico non si colloca in un’epoca pri­mitiva, ma nel contesto di un mondo già altamente civilizzato; la partenza di Terach, padre di Abramo, è infatti di molto posteriore: si ipotizza tra il 1900 e il 1700 a.C. Per Abramo, sarà Dio stesso a fargli proseguire il cam­mino verso la meta ultima: la terra di Canaan, che diverrà così la “terra promessa da Dio”.  “Per fede Abramo, chiamato da Dio, obbedì, partendo per un luo­go che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava... Per fede soggiornò nella terra promessa, abitando sotto le tende...”. E’  Dio che prende l’iniziativa e lancia ad Abramo un ordine: “Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti mostrerò”. La prima esigenza di Dio è la più completa rottura con il passato pagano, rappresentata in un crescente distacco personale (v. 1b). La seconda è l’emigrazione verso una terra ignota scelta da Dio (v. lc).     B La risposta di Abramo fu effettiva non verbale. Abramo, invece, è l’emblema della fede pura e assoluta, che non cerca segni e conferme, e lascia alle spalle: “la terra, la parentela e la casa del padre”. Abramo La ricompensa per Abramo sarà la benedizione divina per lui stesso e per i suoi discendenti. Nelle parole che Dio gli rivolge è scandito per ben 5 volte il termine “benedire”. In Abramo sorgente della benedizione divina tutti i popoli della terra troveranno salvezza. Abramo è quasi l’antidoto a tutte le maledizioni che incombevano sull’umanità e costellavano i capitoli precedenti della Genesi,  I due temi della promessa divina sono: Il dono della terra (“la terra che io ti mostrerò”).
La discendenza (“farò di te una grande nazione”).
Questi due temi costituiranno quasi il filo d’oro che attra­versa tutte le pagine della Genesi, in essa (Promessa), infatti è contenuto il messaggio religioso fondamentale della storia dei Patriarchi. Da Carran, ove aveva sostato con suo padre, Abramo con la mo­glie Sara e col nipote Lot, si sposta, verso la terra promessa. Dopo essersi stabilito a Negheb, Abramo deve di nuovo partire, questa volta in Egitto, a causa di una grave carestia avvenuta nel suo paese. Là egli si vede costretto a far passare sua moglie Sara per sorella, così da poter essere accolto favorevolmente, a causa della bellezza di Sara; infatti il Faraone è generoso con Abramo. Ciò potrebbe evocare, forse, l’antico dirit­to degli Hurriti (popolazione della Mesopotamia), che permetteva di adottare la moglie come sorella, così che potesse godere gli stessi diritti del marito su tutta la proprietà. Abramo, poi, ritorna nella terra promessa, dopo l’avventura egiziana.  Diventa un ricco seminomade che vanno pian piano stabi­lendosi nel territorio. La loro ricchezza consisteva nel bestiame minuto (asini, capre, pecore), al quale dedicavano tempo e cure. La loro vita si svolgeva sotto le tende nella steppa, pronti a trasferirsi dove i pascoli erano abbondanti e dove era possibile scavare pozzi. Proprio la ricerca di pascoli e di acqua era spesso motivo di contesa e di lite tra questi seminomadi e le popolazioni sedentarie dei villaggi. Per i seminomadi, infatti, il pozzo era di chi lo aveva sca­vato; per gli abitanti dei villaggi (sedentari), invece, era di chi possedeva il terreno nel quale era stata trovata l’acqua. Per le tribù seminomadi tutto ciò che è sotto il cielo è un be­ne da godere; per le popolazioni sedentarie, invece, ognuno pos­siede il proprio campo con confini ben precisi e riconosciuti, chi li violava, veniva maledetto: “Maledetto colui che sposta i confini del suo prossimo” (Deut. 27,17). Sorgono così le prime controversie tra i servi; Abramo e Lot, divenuti ormai entrambi due grosse unità familiari, si accorgo­no della difficoltà della coesistenza nello stesso spazio vitale, e decidono pacificamente di separarsi. Lot sceglie personalmen­te la sua area di residenza e di pascolo: è la valle del Giordano, un vero e proprio “giardino del Signore”, una specie di piccolo paradiso, simile al giardino dell’Eden, anche perché irrigato dalle acque del fiume. L’autore . Abramo, invece, non si sceglie la terra, accetta ciò che ri­mane ed è costretto a stabilirsi e a pascolare nella misera por­zione di terreno che circonda le querce di Mamre, presso Ebron, cittadina a sud di Gerusalemme, qui Abramo acquisterà la caver­na di Macpela per seppellirvi la moglie Sara e poi per essere anch’egli seppellito lì. Per questo Ebron è diventata una città sacra per gli Ebrei, ma anche per i cristiani e poi per gli stes­si musulmani, i quali considerano Abramo un grande profeta e il capostipite degli Arabi, attraverso il figlio Ismaele. La città di Ebron i chiama in arabo “El-Khalil” (dal nome di Abramo: “amico di Dio”). Ancora oggi si possono venerare a Ebron le tom­be dei Patriarchi. Ma è solo ad Abramo e non a Lot che è riservata la grande promessa divina (Gen. 13,15-16), che riguarda sempre il dono della terra di Canaan e quella di una grande discendenza, come la sabbia del mare e le stelle del cielo. E’ con questa speranza che ora Abramo continua la sua vita di pastore nomade e di uomo senza figli. Ma ecco, all’improvviso, una grande svolta. “La Parola del Signore fu rivolta a...” (vv .l e 4). Inoltre Abramo incontra Dio in “visione” (v.1) non si trat­ta di un sogno o di un’estasi ma di un modo per indicare un’es­perienza superiore rispetto a quella quotidiana e umana (il pro­feta era detto anche “veggente”). Come accadrà a Geremia nel giorno della sua vocazione (1 cap. del suo libro), così anche Abramo riceve da Dio un segno di speranza: in una notte stella­ta Dio gli indica il numero sterminato delle stelle per rivelar­gli l’immensità della sua futura discendenza. Più avanti, nel racconto del cap. 20, si dirà esplicitamente che Abramo è un profeta (v.7). Ma la promessa così grandiosa del Dio “scudo” di Abramo, sem­bra in contrasto con la realtà concreta. Abramo è senza figli e, secondo un uso attestato da alcuni testi del II millennio a.C., una coppia che non aveva figli, poteva adottare un servo o uno schiavo, nominandolo erede: costui poi assumeva gli obblighi propri del figlio nel sostenere e assistere i “genito­ri” nella vecchiaia: così anche Abramo secondo gli usi corren­ti nomina come erede il suo maggiordomo, Eliezer di Damasco. La scelta di Abramo è un rischiare sulla parola di Dio : “Egli credette al Signore che glielo accreditò a giustizia. Questo versetto sottolinea la fede di Abramo che credette alla promessa del Signore. A partire da qui, Abra­mo è stato considerato nella tradizione ebraica, cristiana e musulmana, come “padre dei credenti”. 5. Paolo riprenderà ques­to versetto e la figura di Abramo nel cap. 4 della lettera ai Romani, per sottolineare il ruolo della fede.
Tre sono le componenti della fede di Abramo:
a) Abramo crede (in ebraico il verbo è lo stesso che dà origine all’ ”Amen” con cui concludiamo le nostre preghiere e significa “appoggiarsi a...”, “fidarsi di...”. Il patriarca si fida di Dio e a lui consegna se stesso e il suo futuro.
b) Questo gli viene accreditato”. Il verbo “accreditare” viene usato nella Bibbia per indicare i sacrifici validamente celebrati. Il nuovo, vero sacrificio da offrire a Dio è perciò l’atto inte­riore della fede.
c) Abramo diventa, allora, “giusto”, cioè fedele all’impegno di alleanza che lo lega al suo Dio: il Fedele e Giusto per eccel­lenza.
 LA NASCITA DI ISMAELE
Secondo le leggi dell’Antico Oriente, in caso di sterilità, il capofamiglia poteva ricorrere a un’altra donna dell’harem per avere un figlio che sarebbe stato considerato discendente della coppia ufficiale. Abramo ricorre alla schiava di sua mo­glie, l’egiziana Agar. Scatta, però, la tensione tra Agar, in­cinta, orgogliosa della sua maternità, e Sara, gelosa e umilia­ta. Agar, maltrattata, fugge nel deserto e si ferma a una sor­gente, ove le appare un “angelo” del Signore. Il racconto della nascita di un figlio ad Abramo dalla schia­va Agar, è basato su uno schema che incontreremo altrove nella Bibbia. Appare innanzitutto un “angelo” (anghelos - “messaggero”)  che delinea la grandezza del figlio che sta per nascere. Il nome del bambino è messo in relazione all’intervento di Dio. Il nome “Ismaele” deriva dal verbo ebraico “shama” = “ascol­tare” e da “El” - “Dio”. Agar ricorderà così che “Dio ascolta” coloro che si trovano nell’afflizione. Si preannunzia, così, il futuro del bambino, capostipite di un popolo forte e nomade (gli Israeliti) che vivrà nel deserto, in frequente conflitto con i “sedentari”. La tradizione vedrà in Ismaele, il progeni­tore degli Arabi. L’annunzio dell’angelo, che nella Bibbia, è l’intermediario tra Dio e l’uomo, viene ambientato presso un pozzo e una loca­lità che, forse, erano un santuario noto ai tempi della stesu­ra del racconto. Ma la promessa di Dio non passa attraverso Ismaele, figlio di Agar. E’ dalla vecchia Sara, che dovrà nascere colui che incar­nerà la promessa divina. Abramo, perciò, deve ritornare a cre­dere e a sperare.. Dio promette ad Abramo una discendenza e una terra, chieden­do in cambio, attraverso un segno concreto, la fedeltà del pa­triarca e della sua discendenza. In tutto il cap. 17, per 14 volte (numero simbolico che dice pienezza, totalità, il due volte sette è considerato un numero perfetto), risuona la pa­rola “alleanza”, vocabolo che ricorre 287 volte nella Bibbia.
L’idea di un rapporto di vicinanza e solidarietà tra Dio e l’uomo era già apparso nel cap. 9 della Genesi: là il segno di questo fatto era “l’arcobaleno”. L’idea era riapparsa, come si è visto, nella scena degli animali squartati che abbiamo appena incontrato (Gen. 15, 7-21). Ora è formulata in maniera rigorosa e ripetuta: “Stabilirà la mia alleanza tra me e te...(vv. 2 e 4) Al lungo discorso di Dio (vv. 4-16), fa eco l’adesione di Abra­mo. Un’adesione non facile, segnata anche dal dubbio, espresso dal “riso” di Abramo, un segno di incredulità che ritroveremo in seguito (v. 17). L’alleanza comprende, da parte di Dio, 1’ impegno di offrire ad Abramo una grande discendenza; e proprio per indicare la svolta che sta avvenendo, Abramo - che finora era stato chiamato “Abram” - riceve il nome nuovo di “Abraham” (“ab”= “padre” e “hamom” - “moltitudine” : “Padre di una moltitudine”. Anche per “Sara” (“principessa”), si ha lo stesso fatto (Sara/Sarai); mutare il nome nell’Antico Oriente significa anche mu­tare il destino e la vocazione. Nella Bibbia il cambiamento è spesso collegato ad una nuova missione che il Signore affida al­l’uomo (“Non ti chiamerai più Pietro, ma “Cefa”). Abramo e Sara, alleati di Dio, inaugurano la grande genealo­gia di quel popolo in cui Dio rivelerà la sua salvezza a tutto il mondo. Abramo deve rispondere all’alleanza offertagli da Dio con un suo impegno: la circoncisione, descritta come un segno dell’alleanza. La pratica della circoncisione era molto diffusa nell’antichità ed è tuttora praticata in diversi continenti. E’ un’usanza antichissima ed è difficile rintracciarne il significato origina­rio. Ignota al mondo cananeo e mesopotamico, la circoncisione è presente in Egitto, (pare solo per i sacerdoti) ed era forse un rito che segnava il passaggio dalla fanciullezza alla virilità: Ismaele, infatti, è circonciso a 13 anni (Gen. 17,25). In Israele, però, la circoncisione avveniva l’ottavo giorno e rivestiva un valore religioso, come suggerisce il nostro rac­conto. Si “recide la carne del prepuzio” del membro del bambino per ricordare che alla radice stessa della vita c’è il segno e il sigillo dell’adesione all’alleanza col Dio della benedizione e della vita. Per questo la circoncisione è imposta a tutti coloro che fanno parte del popolo ebraico (pena: rifiuto dell’alleanza e la scomunica); l’insistenza con cui si esorta a osservare ques­ta norma riflette il fatto che a comporre questo capitolo è la tradizione Sacerdotale (VI sec. a.C.), cioè persone che vive­vano in esilio a Babilonia: la circoncisione doveva, perciò, essere il segno distintivo dell’ebreo in mezzo agli altri popoli.
Il Profeta Geremia (4,4) e il Deuteronomio (10,10), però, richiameranno il significato spirituale di questo gesto parlan­do della “circoncisione del cuore” e non solo del “prepuzio virile”. Dio ha fatto balenare ad Abramo il grande futuro che attende la sua discendenza attraverso il figlio che nascerà da Sara. Ora vuole dare rilievo anche alla figura dell’altro figlio, Ismaele, nato da Agar; da lui avranno origine dodici principi, e una poten­te Nazione, quella Araba. Anche lui, che ormai ha 13 anni, viene circonciso, proprio per affermare la sua vicinanza al popolo ebraico.  Lo stesso Patriarca, che non è ancora circonciso, essendo di origine mesopotamica, è presentato ora mentre viene circonciso a 99 anni: si apre così la nuova era dell’alleanza con Dio, il cui segni vivo sarà appunto la circoncisione. Passiamo ora a una narrazione di grande suggestione, ambientata sotto le tende del deserto. Sappiamo già che Abramo risiede nella zona di Ebron, presso le querce di Mamre (Gen. 13,18). L’episodio riflette una concezione diffusa non solo nell’Antico Oriente ma anche nel mondo greco-romano: quella della visita compiuta dalla divinità sotto spoglie umane a un fedele. All’os­pitalità premurosa offerta dal credente spesso si accompagnava la promessa di un dono: il figlio sospirato. Si tratta, quindi, di un altro modo per rappresentare il tema della discendenza di Abramo, tema tanto caro al libro della Genesi.  L’ospitalità presso gli antichi orientali era uno dei dove­ri fondamentali, ma era anche considerata un onore per chi ospitava. Ancora oggi, presso i beduini (nomadi che vivono nel deserto), l’ospitalità è una consuetudine fondamentale. Anche il N.T. raccomanda l’ospitalità (Rom. 12,13) e la Lettera agli Ebrei (13,2) invita a praticare l’ospitalità richiamando proprio l’episodio di Gen.18.L’episodio dei tre personaggi misteriosi che si profilano davanti alla tenda di Abramo, è stato interpretato liberamente da molti Padri della Chiesa in riferimento al mistero della Trinità. Questo perché nel testo si parla di tre uomini, ma Abra­mo (v.3) parla rivolgendosi ad uno solo (“Abramo vide tre uomini e ne adorò uno solo”, dice S. Ambrogio). Si è visto qui, un ri­ferimento all’unicità di Dio in tre persone. La narrazione è inizialmente tutta contrassegnata da sontuo­sa ospitalità che è offerta da Abramo, secondo i canoni dell’ac­coglienza cordiale riservata all’ospite in Oriente. Abramo, corre, si affretta, anche Sara si mette in fretta al lavoro e il servo si affretta a macellare il vitello già tenero. Tutta la scena è piena di tensione e di movimento. Focacce, carne, latte acido e fresco sono imbanditi agli ospiti seduti a mensa. “Tre staia di farina”, “staia” in ebraico “seah” indica una misura di capacità usata per i solidi, che può equivalere a 7 o anche a 12 litri circa. “Il latte” usato era soprattutto quello di pecora o di capri, “fresco”, cioè appena munto, veniva usato come bevanda dissetante. Il latte veniva anche conservato in otri, dove inacidiva rapidamente, ma era comunque bevuto volentieri dai nomadi per rinfrescarsi. Abramo - che all’inizio del racconto era seduto - ora è in piedi, in atteggiamento di servizio. Durante il pranzo i tre personaggi prendono l’iniziativa di spiegare la loro pre­senza. La conversazione ruota attorno alla promessa di un figlio.Abramo ormai vecchio e Sara in menopausa, e senza rapporti sessuali col marito, rimangono scettici di fronte a quell’annunzio così circostanziato (“tra un anno Sara avrà un figlio”). Sara che, come donna, non è ammessa al dialogo e al banchetto ma sta all’ingresso della tenda, pronta al servizio; all’udire quelle parole “ride”. A questo punto si profila in quegli uo­mini il volto del Signore che interpella la donna sulla sua incredulità: “C’è forse qualche cosa che sia impossibile per il Signore?” (v.14). Si assiste, allora, a una schermaglia tra il Signore e Sara proprio attorno a quel riso che esprimeva il dubbio umano. Ritorna, quindi, il simbolo del “ridere” incre­dulo, che avevamo già incontrato nel capitolo precedente, là messo sulle labbra di Abramo (17,17). Tutto questo prepara il significato che si attribuirà al nome “Isacco” (verbo ebraico “Sahaq” - “ridere”), il figlio che alla fine nascerà a Sara e ad Abramo; come vedremo, quel nome sarà interpretato come “un sorriso del Signore” (Gen. 21,6).Ora è il momento del congedo. Abramo accompagna i tre ospiti fin verso il Mar Morto e da un monte mostra loro il panorama di Sodoma, la regione prospera ove risiede anche suo nipote Lot, dopo la sua separazione dal clan di Abramo (descritta in Gen. 13). E’ qui che la scena si carica improvvisamente di ten­sione e di paura. Il Signore, che si cela in quei tre uomini, decide di rivelare al suo fedele Abramo ciò che egli sta per compiere nei confronti degli abitanti malvagi e corrotti di quella regione. Dalle città di Sodoma e Gomorra sale a Dio come un grido di peccato e di ingiustizia. Con un’immagine umana si presenta allora il Signore in ispezione: egli la compie attraverso i tre personaggi che Abramo aveva appena ospitato.
Ma il patriarca, consapevole della tragedia imminente, apre una specie di trattativa con Dio per allontanare il rigore della sua giustizia. Alla base di questa discussione sta un interro­gativo preciso: davanti a Dio ha maggiore peso la cattiveria di molti o la bontà di pochi? Dio è pronto a dare più importanza al bene, anche se minoritario, perché il suo amore è superiore alla giustizia, come spesso si dirà nella Bibbia. Abramo ha, quindi, fiducia in Dio e nell’uomo. Purtroppo, però, la storia umana si rivela come un tessuto continuo di ma­le e di peccato. Abramo si presenta ora come l’intercessore, che cerca di sollecitare l’amore e la misericordia del Signore. Abramo che si appella alla giustizia di Dio intercedendo per Sodoma e Gomorra. Le grandi figure religiose di Israele sono spesso presentate nella Bibbia come intercessori: Mosè intercede per il suo popolo (Esodo 32, 30-35; Numeri 14, 13-20; 16, 20-22) e così Samuele (1 Sam. 7,5; 12, 18-19). Quando si vuole affer­mare che una decisione di Dio è irrevocabile, si dice: “Anche se si presentassero Mosè e Samuele al mio cospetto, non avrei cuore per questo popolo” (Geremia 15,1).
Abramo intercede a favore di queste città con profonda umil­tà: “io che sono polvere e cenere”; questi due elementi (polvere e cenere) nell’A.T. sono un segno di pentimento e penitenza (Giobbe 42,6; Giona 3,6). Abramo esprime così la sua indegnità di creatura di fronte al suo Signore. Il dialogo tra Dio e Abra­mo è tutto ritmato, da un lato, sul progressivo assottigliarsi dei giusti proposti, per fermare il giudizio divino su Sodoma e Gomorra (50 - 45 - 40 - 30 - 20 - fino a 10 giusti).Nella concezione degli antichi il numero 10 indica il più piccolo dei gruppi. Se sono meno di 10, i giusti saranno salvati singolarmente. Nella tradizione giudaica “dieci” è il numero minimo di uomini richiesto per poter celebrare la preghiera liturgica.
La discussione tra il Signore e Abramo resta sospesa nel finale. Si dice solo che i due, concluso il dialogo, si separano. Fallita la mediazione di Abramo perché in Sodoma, non si trova nemmeno quel numero minimo di 10 giusti, capaci di bloccare la giustizia divina nei confronti dell’enorme massa dei peccatori, è ora il tempo del giudizio di Dio. I tre  personaggi  giungono quella sera a Sodoma, davanti alla casa di Lot, divenuto ormai un cittadino e non più nomade, sono ora “due angeli”. Si intuisce, così il valore di quei tre uomini, che erano prima entrati nella tenda di Abramo: essi rappresen­tano in entrambi i casi, i messaggeri di Sion. L’ospitalità che Abramo aveva offerto loro è ora ribadita con insistenza anche da Lot. Ma ben presto si scatena la tra­gedia della violenza. Una folla di cittadini di Sodoma si ac­calca alla porta della casa di Lot, accecati dal vizio, dall’ec­citazione, dalla cattiveria, essi vorrebbero avere rapporti sessuali con gli ospiti appena accolti. L’orrore che l’autore biblico prova di fronte a questa scena non è prima di tutto causato dalla richiesta sessuale, quanto piuttosto dalla violazione della legge sacra fondamentale del vivere civile: quella dell’ospitalità; tant’è vero che Lot è pronto persino a cedere le sue due figlie alle voglie di questi bruti, pur di non mancare a quel primo dovere sociale. Non è da escludere, però, un altro riferimento; la tradizio­ne ha pensato che l’autore biblico, vuole condannare in questo modo i culti idolatrici dei Cananei che comprendevano l’omose­ssualità sacra. (Per questo sono sorti i termini: “sodomia” e “sodomiti”). Attraverso il sacerdote o la sacerdotessa (chiamati dalla Bibbia “prostitute” e “prostituti”), ci si illudeva, intatti, di entra­re in comunione con la divinità per ottenere la fecondità e la fertilità. A questo punto, però, dopo l’iniquità dimostrata dai Sodomiti, subentra il giudizio divino. La folla assetata viene colpita “con un abbaglio accecante”; la luce è simbolo di Dio; essa illu­mina il giusto e acceca l’empio. In quella cecità momentanea degli abitanti di Sodoma, si anticipa la potenza del giudizio che tra poco si scatenerà con un cataclisma dalle proporzioni gigantesche. Ad esso si sottrarrà solo il giusto Lot e la sua famiglia. La seconda lettera di Pietro 2, 6-8 così interpreta questo episodio di Sodoma e Gomorra: “Dio condannò alla distru­zione le città di Sodoma e Gomorra, riducendole in cenere, po­nendo un esempio a quanti sarebbero vissuti empiamente. Liberò invece il giusto Lot, angustiato dal comportamento immorale di quegli scellerati. Quel giusto, infatti, per ciò che vedeva e udiva mentre abitava in mezzo a loro, si tormentava ogni giorno nella sua anima giusta per tali ignominie”.  Come Noè, anche Lot è salvato dal giudizio divino che ora viene attuato non attraverso l’irruzione delle acque, ma con il fuoco. Infatti, come il diluvio rifletteva la situazione geografica della Mesopotamia, così il cataclisma che distrugge ora le due città peccatrici riflette la particolare situazione geografica della zona attorno al Mar Morto, bruciata dal sole e segnata da antichi sconvolgimenti tellurici che l’autore cer­ca così di spiegare: quell’orizzonte inospitale, che ancora oggi impressiona il visitatore, è visto come il risultato del giu­dizio divino sui peccatori di Sodoma.  Lot  per la sua generosa ospitalità, e per il suo legame con Abramo, è salvato e riesce a ottenere di rimanere nei pressi della regione in cui era vissuto: cerca una “piccola città” di nome “Zoar”, ove riparare (si spiega, così, il nome di quel centro che può essere riportato a un verbo ebraico: “so’ar” che signi­fica “essere piccolo”). Una pioggia di zolfo e fuoco, che pare alludere a una eruzio­ne vulcanica, distrugge città e abitanti. L’invito a non voltarsi indietro è comune in molti racconti antichi. L’idea è probabilmente quella che l’uomo non può ve­dere la divinità mentre essa sta operando. Nelle parole di Gesù l’esempio della moglie di Lot ritorna per invitare gli uomini a non voltarsi indietro attardandosi e distraendosi nel giorno in cui il Figlio dell’uomo si manifesterà (Lc. 17, 28-32).
Gli studiosi affermano che il racconto della distruzione di Sodoma e Gomorra presenta alcuni elementi “eziologici”, si cercherebbe, cioè, di spiegare la “causa” di fenomeni naturali che si verificano abitualmente. Difatti della famiglia di Lot, l’unica a non salvarsi è la moglie che, attardandosi e distrat­ta, diventa una “colonna di sale”. E’ facile vedere in questo episodio, non raro nell’antichità, il tentativo di spiegare un promontorio o una incrostazione salina sulla riva del Mar Morto, che aveva apparentemente il profilo di una donna. Ancor oggi sulla strada che conduce alla moderna Sodoma (396 m. sotto il livello del mare), si incontra una colonna di sale detta “la moglie di Lot”.Un silenzio di morte occupa la scena: Abramo, spettatore di questo panorama raccapricciante, vede solo il fumo che sale al cielo dalle rovine delle due città distrutte. A questo punto l’attenzione si sposta su Lot e sulla storia della sua famiglia riparata a Zoar. Le due figlie, che vivono in solitudine, sono atterrite dall’idea di restare senza una discendenza che conti­nui nel futuro il nome della famiglia. Ricorrono, allora, a un espediente sconvolgente: ubriacato il padre Lot, lo costringono, tra i fumi dell’alcool ad avere un rapporto sessuale con loro. Rimaste incinte danno alla luce due bambini: il primo è chiama­to “Moab” (“ab”-“padre”) e il secondo “Ammon” (“Ben-‘ammì”= fi­glio del mio popolo”). E’ chiara la finalità di questo racconto proprio a partire dai due nomi. Si tratta, infatti, degli antenati di due popoli: i Moabiti e gli Ammoniti, popolazioni confi­nanti con Israele, che abitavano a ovest del Giordano.  L’autore biblico fa risalire l’origine dei due popoli a un atto incestuoso (l’incesto era considerato un atto molto grave e infamante. Tale è ritenuto anche da Paolo che, in Cor. 5,  rimprovera la comunità cristiana di quella città perché tollera che uno dei suoi membri “conviveva con la moglie di suo padre”). Si manifesta così il disprezzo nei confronti di questi due popo­li. Questo può anche essere spiegato nel quadro delle relazioni spesso conflittuali e ostili che Israele ebbe lungo la sua sto­ria con quei popoli. Pertanto il testo biblico presenta dunque l’origine di queste due Nazioni come impure, essendo causata da un incesto. Il racconto, però, contiene in se un altro aspetto signifi­cativo. Nella storia dell’Antico Oriente la discendenza era fondamentale non solo perché assicurava la continuità di una famiglia e di una stirpe, ma anche perché permetteva di soprav­vivere oltre la morte nel sangue e nel ricordo dei figli e dei posteri. Il destino ultraterreno era, infatti, ancora incerto e confuso nella fede ebraica antica. Si spiega, così, il folle desiderio delle due figlie di Lot di avere un figlio per  “far sussistere una discendenza dal loro padre”.

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