L’uomo continua a
moltiplicarsi e sempre piu’ si ribella a Dio e alla sua
legge, questo comporta per Dio un
“dolore” profondo. Nel nostro testo il peccato è talmente grande che pare mettere
in discussione la bontà della decisione di Dio di creare il mondo. Questo
“pentimento” di Dio è un modo vigoroso per esprimere i sentimenti divini
modellati su quelli umani: è ciò che abbiamo già chiamato “antropomorfismo”,
cioè una rappresentazione di Dio in forme e modi umani. Il Signore, allora,
lascia libero corso alla sua giustizia, che comprende il giudizio dell’empio e
la salvezza del giusto (“Noè trovò grazia agli occhi del Signore”). Siamo così
di fronte alla grandiosa scena del diluvio che la Bibbia dipinge usando come
base antichi miti mesopotamici (ci sono 17 punti di contatto con questi testi).
Il punto di partenza del racconto biblico del diluvio, è forse una catastrofe
naturale legata ai due fiumi mesopotamici, il Tigri e l’Eufrate, che, in caso
di forti piogge, le acque si trasformano in un’enorme massa che dilaga
distruggendo tutto. Le versioni extra bibliche riflettono la mitologia pagana:
vi sono molti dei che decretano il diluvio, senza alcun motivo evidente (alcuni
vedevano nel diluvio la reazione degli dei infastiditi dal vociare degli uomini
durante il loro riposo). L’eroe è avvisato da uno di essi, senza alcuna
esplicita motivazione morale. Nel racconto biblico, invece, l’unico Dio,
supremo Signore della situazione, decreta il diluvio a causa del peccato dell’uomo
(“la malvagità dell’uomo era grande...
la terra era corrotta... era piena di violenza... ogni uomo aveva pervertito
la propria condotta...). Noè è salvato in ragione della sua giustizia. Il
racconto si fissa, così, sulla salvezza del giusto Noè, dei suoi figli e di un
seme della vita, perché Dio non smentisce se stesso nella sua funzione di
Creatore. L’ARCA, è ricoperta di bitume (tipicamente mesopotamico), è una
specie di palazzo galleggiante a tre piani, stando almeno alle misure offerte
dal testo biblico:
156 m. di lunghezza (300
cùbiti)
26 m. di larghezza (50 cùbiti)
16 m. di altezza (30 cùbiti)
Per un totale di 65-70.000 mc.
“Il cùbito”: unità di
misura dell’ A.T. corrisponde a circa 54 cm. Tuttavia nel corso della storia si
sono avute delle variazioni. Ezechiele, infatti, parla di un “cùbito” più
lungo che corrisponde a 52 cm. Per molti Padri della Chiesa l’arca di Noè è il
simbolo della Chiesa, la comunità di coloro che, tramite il battesimo, sono
salvati e costituiscono il germe di una nuova umanità. Questa interpretazione
prende spunto anche da un testo del N.T.: “L’arca, nella quale poche persone,
otto in tutto, furono salvate per mezzo dell’acqua, è figura del battesimo, che
ora salva voi” (1 Pietro 3, 20-21). Si trovano poi altri accostamenti: come il
legno dell’arca salva l’umanità dal diluvio, così il legno della croce salva i
credenti raccolti nella Chiesa. Con Noè, la moglie e i figli, entrano coppie di
animali catalogati secondo le usanze rituali: volatili, bestiame, rettili. La
distinzione tra animali puri e impuri è molto antica ed è comune all’ambiente
culturale circostante all’antico Israele. Pare che questa distinzione fosse
originariamente basata sul significato favorevole o sfavorevole che gli animali
avevano per l’esistenza umana. Nel racconto del diluvio sono presenti due
tradizioni: quella Sacerdotale e quella Jahwista. Esse appaiono ora fuse in un
unico racconto, ma si vedono ancora delle differenze: In Gen. 6,19 (Tradizione
Sacerdotale) si parla di una coppia per ogni specie di animali. In Gen. 7,2
(Tradizione Jahwista) si distingue: per gli animali puri si introducono
nell’arca 7 coppie; per quelli impuri una sola coppia. Gen. 7,11: la
Tradizione Sacerdotale ha delle indicazioni precise: “nel secondo mese, nel
primo giorno del mese”; mentre la Tradizione Jahwista ha delle indicazioni più
generiche: Gen. 7,10: “settimo giorno”. La stessa durata del diluvio passa dai
40 giorni (Gen. 7,12) all’anno intero (quando Noè entra nell’arca ha 600 anni:
Gen. 7, 6.11; quando esce ne ha 601: Gen. 8,13). Non dobbiamo, quindi, stupirci
delle ripetizioni, delle incongruenze e delle variazioni, perché la diversità è
dovuta al fatto che il racconto del diluvio è frutto della fusione non perfetta
di due tradizioni (Sacerdotale e Jahwista), differenti ma parallele
dell’evento.
Ecco davanti a noi il
quadro impressionante del diluvio. Le acque si rovesciano a cascata dal cielo.
Il “grande oceano” indica le acque che invadono la terra; le “cateratte” invece
sono la barriera in cielo che si apre quando piove. Nel racconto della
Creazione del cap. 1 della Genesi si distinguevano infatti: “le acque che sono
sopra il firmamento dalle acque che sono sotto il firmamento”. Le acque che si
ingrossano invadendo la terra, sconvolgono l’ordine del cosmo fissato da Dio
nella Creazione. Il numero 40, è frequente nella Bibbia, sia nell’ A.T. che nel
N.T. In particolare la menzione dei “quaranta giorni e quaranta notti” è
legata all’esperienza di Mosè al Sinai (Esodo 24,18; 34,28; Deut. 9,9.11.18;
10,10). Si vuole così indicare un tempo in se compiuto. Sia nel caso di Mosè
sia nel caso di Noè, abbiamo la contrapposizione tra un uomo giusto, che rimane
fedele Dio, e la massa degli altri uomini che invece sono infedeli e peccatori.
E’ suggestivo l’annotazione secondo la quale è il Signore stesso a chiudere la
porta dietro a Noè (v. 16), quasi preoccupandosi
della sicurezza della vita del giusto. Il Libro della Sapienza 10,4 affermerà
che fu la stessa sapienza divina a “pilotare il giusto e la sua semplice
imbarcazione”. Le acque, intanto, iniziano a crescere di livello fino al punto
di coprire le stesse vette dei monti, riducendo la terra a un’enorme
distesa di acqua e fango. L’orizzonte è sommerso da questa onda distruttrice,
tutto è avvolto in un sudario di morte che è, però, segno del giudizio di Dio
sul male: “Per ogni essere vivente che si muove sulla terra... così fu
sterminata ogni creatura esistente sulla faccia della terra” (vv; 21.23).E’ già
stato spiegato che le “grandi acque” sono il simbolo nella Bibbia del “caos” e
del “nulla” che tentano di assaltare la Creazione, cercando di corroderla e
sgretolarla. Nel 1 cap. della Genesi, infatti, le acque divise dalla terra
erano il segno della creazione divina. Il mondo ora sta ritornando nel caos
sta quasi ripiombando in quel nulla da cui era uscito. In questo panorama di
morte e di sterminio di tutti gli esseri viventi, si erge l’arca, segno della
vita che continua e della protezione divina sul giusto. Nella Lettera agli
Ebrei 11,7 si leggerà questo ritratto di Noè: “Per fede Noè, avvertito
divinamente di cose che ancora non si vedevano, costui con pio timore costruì
un’arca a salvezza della sua famiglia; e per questa fede condannò il mondo e
divenne erede della giustizia secondo la fede”. Dopo il diluvio “Dio si ricordò di Noè”.Il
“ricordo” nella Bibbia non è una semplice memoria del passato ma è un atto
efficace che opera nel presente: in pratica è equivalente alla salvezza. Dio,
dunque, salva Noè e tutte le creature dell’arca, dopo che le acque avevano
steso il loro manto di morte per un anno intero (stando alla tradizione Sacerdotale).Infatti,
il Signore chiude le sorgenti dell’abisso oceanico e le cateratte delle piogge,
fa soffiare un forte vento (“ruah” ha qui un effetto salvifico) così da far
calare le acque in un arco di 150 giorni e infine fa emergere le vette
dei monti. Al di là dei tentativi di identificazione precisa e delle fantasiose
spedizioni alla ricerca dei resti dell’arca, la Bibbia non si interessa di
offrirci coordinate topografiche, ma di esaltare la pace che sta per rinascere
tra Dio, l’uomo e il cosmo Di nuovo possiamo notare l’esatta cronologia della
tradizione Sacerdotale; Gen. 8,5: “Nel decimo mese, il primo del mese secondo
il calendario solare perpetuo, che si crede adottato dalla scuola Sacerdotale
post-esilica, il primo abbassarsi delle acque, avvenne di mercoledì (v. 3b) e il
primo apparire delle montagne di mercoledì (v. 5b). Questi sono eventi di liberazione
(Esodo 12, 40-51 e Num. 33,3; in cui l’Esodo dall’Egitto e la dipartita da
Ramses avvengono di mercoledì. L’Arca invece, si fermò sulle vette dell’Ararat
il “venerdì”:
il giorno degli arrivi Noè sonda la
nuova situazione climatica attraverso due uccelli viaggiatori: un corvo e una
colomba. Nel testo biblico abbiamo invece la colomba inviata per tre volte. La
menzione del corvo, che pare non accordarsi con il resto della narrazione, è
forse un’aggiunta che ricorda il racconto in cui si parlava di tre uccelli
diversi. La colomba diventerà nella Bibbia anche un simbolo di Israele, essa
porta nel becco il segno della nuova vita pacificata della terra (l’ulivo),
diventando così l’emblema dell’armonia ritrovata tra il Creatore e la
creazione. E’ quindi il momento di uscire dall’arca, al termine del lungo
periodo del diluvio (un anno della vita di Noè, secondo la tradizione
Sacerdotale offerta dal v. 13). Il narratore biblico ci presenta la festosa
processione degli ospiti dell’arca che abbandonano il loro rifugio, mentre Dio
ripete la promessa di vita, come alle origini (“perché siano fecondi e si
moltiplichino sulla terra”). Gli antichi racconti mesopotamici del diluvio
presentano come primo atto dell’eroe salvato dalla morsa delle acque, l’offerta
di un sacrificio. Anche Noè erige un altare e celebra un sacrificio di
“olocausto”, (termine greco che significa: “completamente bruciato”; in questo
tipo di sacrificio tutta la vittima era bruciata), consumando nel fuoco la
vittima. Dio gradisce l’offerta del giusto e questo gradimento è pittorescamente
raffigurato dall’ ”odorare” gustoso di Dio. Dopo il rito del sacrificio,
diventava più benevole nei confronti dell’uomo. Dio allora al sacrificio
risponde con una Promessa: “Io non tornerò più a maledire la terra a causa
dell’uomo, perché l’istinto del cuore umano è malvagio fin dall’adolescenza (è
la sintesi della vita cosciente dell ‘adulto)”.
Il “cuore”
secondo la Bibbia.
tratta di un concetto molto
importante nella Bibbia: Dio stipula un’alleanza con Abramo (Lev. 15 e 17); con
il suo Popolo al Sinai (Esodo 24) e a Sichem dopo l’entrata nella terra promessa
(Giosuè 24); con Davide ( 2 Sam. 7; Salmo 89).L’istinto del cuore umano è
incline al male. “Cuore”, indica, nel linguaggio biblico, non solo la sede
degli affetti, ma anche della volontà e dell’intelligenza. In questo “centro”
dell’uomo, l’autore sacro, con una sfumatura di pessimismo, vede un’inclinazione
al male, contro cui l’uomo deve combattere (Gen. 4,6-7:discorso di Dio a
Caino). Dopo che la giustizia ha fatto il suo corso (con il diluvio), ora è il
tempo del perdono, espresso dal ritmo delle stagioni e dei giorni, simbolo
della ritrovata armonia. L’uomo non è cambiato, ma la decisa volontà salvifica
di Dio adesso decreta misericordia e la continuazione della storia della
salvezza. Gen. 8,22 presenta la benedizione di Dio associata al ritmo del
tempo e delle stagioni. L’alternanza delle stagioni è fondamentale per la
riuscita del lavoro agricolo e la sopravvivenza dell’uomo. Solo la permanenza
di questo ciclo vitale e il giusto inserimento dell’uomo in esso, garantiscono
la conservazione della vita. Per l’autore biblico tutto questo è opera di Dio. In conclusione ci sara’ una “tavola dei popoli”,che vuole, da un lato affermare che il collegamento
esistente tra tutti gli uomini è voluto da Dio, e dall’altro, descrivere le
diverse culture e razze ricorrendo a spiegazioni popolari. Si prepara così, la
drammatica dispersione dei popoli operata dalla prepotenza di Babele.
LA TORRE DI BABELE(Gen. 11, 1-9)
Nel racconto della torre di Babele si apre con
l’affermazione che “tutta la terra aveva una sola lingua e usava le stesse
parole”. Si vuole così indicare l’unione politica e religiosa di vari popoli
retti da un governo centralizzato. L’autore biblico vede, perciò, nella torre
di Babele il segno della sfida che l’uomo intende rivolgere al cielo (la sede
divina). E’ ancora una volta il “peccato originale”: il voler “essere come Dio”
in quanto la pluralità razziale e culturale è voluta da Dio e può essere una
ricchezza, se espressione di libertà. Ma può essere anche, come avviene nel
nostro racconto, frutto di un peccato: quello dell’orgoglio e
dell’imperialismo, sconfitto da Dio. A
questa sfida “verticale” si unisce quella “orizzontale” del dominio su tutte
le Nazioni, riducendole a un solo popolo e una sola lingua. Dio è qui
rappresentato, come un sovrano, che scende dalla sua residenza celeste a
ispezionare ciò che l’umanità peccatrice compie e a scardinare i folli
progetti. Egli “confonde la lingua e “disperde” questa unità artificiosa. L’autore
biblico in questo modo spiega il termine: “Babele” (dall’ebraico: “Babal” =
“confondere”, “mescolare” v.9).La genealogia di Gen.11,
10-32 presenta una linea ininterrotta che da Adamo conduce ad Abramo;
indicando così l’unità della storia della salvezza. Con l’entrata in scena di
Abramo, il racconto biblico si concentra sulla sua figura di antenato, padre e
modello di fede per il popolo ebraico. Con lui ha inizio la cosiddetta “storia
dei Patriarchi”. La genealogia non è, perciò, un arido elenco di nomi ma è la
preparazione del filo d’oro della salvezza che comincerà tra poco a snodarsi.
L’alto grado di civiltà di questa città, che risale a parecchi secoli prima di
Abramo, ci ricorda che l’inizio della storia del popolo ebraico non si colloca
in un’epoca primitiva, ma nel contesto di un mondo già altamente civilizzato;
la partenza di Terach, padre di Abramo, è infatti di molto posteriore: si
ipotizza tra il 1900 e il 1700 a.C. Per Abramo, sarà Dio stesso a fargli
proseguire il cammino verso la meta ultima: la terra di Canaan, che diverrà
così la “terra promessa da Dio”. “Per
fede Abramo,
chiamato da Dio, obbedì, partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità,
e partì senza sapere dove andava... Per fede soggiornò nella terra promessa,
abitando sotto le tende...”. E’ Dio che prende l’iniziativa e lancia ad Abramo
un ordine: “Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo
padre, verso la terra che io ti mostrerò”. La prima esigenza di Dio è la più
completa rottura con il passato pagano, rappresentata in un crescente distacco
personale (v. 1b). La seconda è l’emigrazione verso una terra ignota scelta da
Dio (v. lc). B La risposta di Abramo fu effettiva non
verbale. Abramo, invece, è l’emblema della fede pura e assoluta, che non cerca
segni e conferme, e lascia alle spalle: “la terra, la parentela e la casa del
padre”. Abramo La ricompensa per Abramo sarà la benedizione divina per lui
stesso e per i suoi discendenti. Nelle parole che Dio gli rivolge è scandito
per ben 5 volte il termine “benedire”. In Abramo sorgente della benedizione
divina tutti i popoli della terra troveranno salvezza. Abramo è quasi
l’antidoto a tutte le maledizioni che incombevano sull’umanità e costellavano i
capitoli precedenti della Genesi, I due
temi della promessa divina sono: Il dono della terra (“la terra che io ti
mostrerò”).
La
discendenza (“farò di te una grande nazione”).
Questi due temi
costituiranno quasi il filo d’oro che attraversa tutte le pagine della Genesi,
in essa (Promessa), infatti è contenuto il messaggio religioso fondamentale
della storia dei Patriarchi. Da Carran, ove aveva sostato con suo padre, Abramo
con la moglie Sara e col nipote Lot, si sposta, verso la terra promessa. Dopo essersi stabilito a Negheb, Abramo deve di nuovo
partire, questa volta in Egitto, a causa di una grave carestia avvenuta nel suo
paese. Là egli si vede costretto a far passare sua moglie Sara per sorella,
così da poter essere accolto favorevolmente, a causa della bellezza di Sara;
infatti il Faraone è generoso con Abramo. Ciò potrebbe evocare, forse, l’antico
diritto degli Hurriti (popolazione della Mesopotamia), che permetteva di
adottare la moglie come sorella, così che potesse godere gli stessi diritti del
marito su tutta la proprietà. Abramo, poi, ritorna nella terra promessa, dopo
l’avventura egiziana. Diventa un ricco seminomade che vanno pian
piano stabilendosi nel territorio. La loro ricchezza consisteva nel bestiame
minuto (asini, capre, pecore), al quale dedicavano tempo e cure. La loro vita
si svolgeva sotto le tende nella steppa, pronti a trasferirsi dove i pascoli
erano abbondanti e dove era possibile scavare pozzi. Proprio la ricerca di
pascoli e di acqua era spesso motivo di contesa e di lite tra questi seminomadi
e le popolazioni sedentarie dei villaggi. Per i seminomadi, infatti, il pozzo
era di chi lo aveva scavato; per gli abitanti dei villaggi (sedentari),
invece, era di chi possedeva il terreno nel quale era stata trovata l’acqua. Per
le tribù seminomadi tutto ciò che è sotto il cielo è un bene da godere; per le
popolazioni sedentarie, invece, ognuno possiede il proprio campo con confini
ben precisi e riconosciuti, chi li violava, veniva maledetto: “Maledetto colui
che sposta i confini del suo prossimo” (Deut. 27,17). Sorgono così le prime
controversie tra i servi; Abramo e Lot, divenuti ormai entrambi due grosse
unità familiari, si accorgono della difficoltà della coesistenza nello stesso
spazio vitale, e decidono pacificamente di separarsi. Lot sceglie personalmente
la sua area di residenza e di pascolo: è la valle del Giordano, un vero e
proprio “giardino del Signore”, una specie di piccolo paradiso, simile al
giardino dell’Eden, anche perché irrigato dalle acque del fiume. L’autore . Abramo,
invece, non si sceglie la terra, accetta ciò che rimane ed è costretto a
stabilirsi e a pascolare nella misera porzione di terreno che circonda le
querce di Mamre, presso Ebron, cittadina a sud di Gerusalemme, qui Abramo
acquisterà la caverna di Macpela per seppellirvi la moglie Sara e poi per
essere anch’egli seppellito lì. Per questo Ebron è diventata una città sacra
per gli Ebrei, ma anche per i cristiani e poi per gli stessi musulmani, i
quali considerano Abramo un grande profeta e il capostipite degli Arabi,
attraverso il figlio Ismaele. La città di Ebron i chiama in arabo “El-Khalil”
(dal nome di Abramo: “amico di Dio”). Ancora oggi si possono venerare a Ebron
le tombe dei Patriarchi. Ma è solo ad Abramo e non a Lot che è riservata la
grande promessa divina (Gen. 13,15-16), che riguarda sempre il dono della terra
di Canaan e quella di una grande discendenza, come la sabbia del mare e le
stelle del cielo. E’ con questa speranza che ora Abramo continua la sua vita di
pastore nomade e di uomo senza figli. Ma ecco, all’improvviso, una grande
svolta. “La Parola del Signore fu rivolta a...” (vv .l e 4). Inoltre Abramo
incontra Dio in “visione” (v.1) non si tratta di un sogno o di un’estasi ma di
un modo per indicare un’esperienza superiore rispetto a quella quotidiana e
umana (il profeta era detto anche “veggente”). Come accadrà a Geremia nel
giorno della sua vocazione (1 cap. del suo libro), così anche Abramo riceve da
Dio un segno di speranza: in una notte stellata Dio gli indica il numero
sterminato delle stelle per rivelargli l’immensità della sua futura
discendenza. Più avanti, nel racconto del cap. 20, si dirà esplicitamente che
Abramo è un profeta (v.7). Ma la promessa così grandiosa del Dio “scudo” di
Abramo, sembra in contrasto con la realtà concreta. Abramo è senza figli e,
secondo un uso attestato da alcuni testi del II millennio a.C., una coppia che
non aveva figli, poteva adottare un servo o uno schiavo, nominandolo erede:
costui poi assumeva gli obblighi propri del figlio nel sostenere e assistere i
“genitori” nella vecchiaia: così anche Abramo secondo gli usi correnti nomina
come erede il suo maggiordomo, Eliezer di Damasco. La scelta di Abramo è un
rischiare sulla parola di Dio : “Egli credette al Signore che glielo accreditò
a giustizia. Questo versetto sottolinea la fede di Abramo che credette alla
promessa del Signore. A partire da qui, Abramo è stato considerato nella
tradizione ebraica, cristiana e musulmana, come “padre dei credenti”. 5. Paolo
riprenderà questo versetto e la figura di Abramo nel cap. 4 della lettera ai
Romani, per sottolineare il ruolo della fede.
Tre sono le componenti della fede di Abramo:
a) Abramo crede (in ebraico il
verbo è lo stesso che dà origine all’ ”Amen” con cui concludiamo le nostre preghiere
e significa “appoggiarsi a...”, “fidarsi di...”. Il patriarca si fida di Dio e
a lui consegna se stesso e il suo futuro.
b) “Questo gli viene accreditato”. Il
verbo “accreditare” viene usato nella Bibbia per indicare i sacrifici
validamente celebrati. Il nuovo, vero sacrificio da offrire a Dio è perciò
l’atto interiore della fede.
c) Abramo diventa, allora, “giusto”,
cioè fedele all’impegno di alleanza che lo lega al suo Dio: il Fedele e Giusto
per eccellenza.
Secondo le leggi
dell’Antico Oriente, in caso di sterilità, il capofamiglia poteva ricorrere a
un’altra donna dell’harem per avere un figlio che sarebbe stato considerato
discendente della coppia ufficiale. Abramo ricorre alla schiava di sua moglie,
l’egiziana Agar. Scatta, però, la tensione tra Agar, incinta, orgogliosa della
sua maternità, e Sara, gelosa e umiliata. Agar, maltrattata, fugge nel deserto
e si ferma a una sorgente, ove le appare un “angelo” del Signore. Il racconto
della nascita di un figlio ad Abramo dalla schiava Agar, è basato su uno
schema che incontreremo altrove nella Bibbia. Appare innanzitutto un “angelo”
(anghelos - “messaggero”) che delinea la grandezza del figlio che sta per
nascere. Il nome del bambino è messo in relazione all’intervento di Dio. Il
nome “Ismaele” deriva dal verbo ebraico “shama” = “ascoltare”
e da “El” - “Dio”. Agar ricorderà così che “Dio ascolta”
coloro che si trovano nell’afflizione. Si preannunzia, così, il futuro del
bambino, capostipite di un popolo forte e nomade (gli Israeliti) che vivrà nel
deserto, in frequente conflitto con i “sedentari”. La tradizione vedrà in
Ismaele, il progenitore degli Arabi. L’annunzio dell’angelo, che nella Bibbia,
è l’intermediario tra Dio e l’uomo, viene ambientato presso un pozzo e una località
che, forse, erano un santuario noto ai tempi della stesura del racconto. Ma la
promessa di Dio non passa attraverso Ismaele, figlio di Agar. E’ dalla vecchia
Sara, che dovrà nascere colui che incarnerà la promessa divina. Abramo,
perciò, deve ritornare a credere e a sperare..
Dio promette ad Abramo una discendenza e una terra, chiedendo in cambio,
attraverso un segno concreto, la fedeltà del patriarca e della sua
discendenza. In tutto il cap. 17, per 14 volte (numero simbolico che dice pienezza,
totalità, il due volte sette è considerato un numero perfetto), risuona la parola
“alleanza”, vocabolo che ricorre 287 volte nella Bibbia.
L’idea di un rapporto di
vicinanza e solidarietà tra Dio e l’uomo era già apparso nel cap. 9 della
Genesi: là il segno di questo fatto era “l’arcobaleno”. L’idea era riapparsa,
come si è visto, nella scena degli animali squartati che abbiamo appena
incontrato (Gen. 15, 7-21). Ora è formulata in maniera rigorosa e ripetuta:
“Stabilirà la mia alleanza tra me e te...(vv. 2 e 4) Al lungo discorso di Dio
(vv. 4-16), fa eco l’adesione di Abramo. Un’adesione non facile, segnata anche
dal dubbio, espresso dal “riso” di Abramo, un segno di
incredulità che ritroveremo in seguito (v. 17). L’alleanza comprende, da parte
di Dio, 1’ impegno di offrire ad Abramo una grande discendenza; e proprio per
indicare la svolta che sta avvenendo, Abramo - che finora era stato chiamato
“Abram” - riceve il nome nuovo di “Abraham” (“ab”= “padre” e “hamom” - “moltitudine”
: “Padre di una moltitudine”. Anche per “Sara” (“principessa”), si ha lo stesso
fatto (Sara/Sarai); mutare il nome nell’Antico Oriente significa anche mutare
il destino e la vocazione. Nella Bibbia il cambiamento è spesso collegato ad
una nuova missione che il Signore affida all’uomo (“Non ti chiamerai più
Pietro, ma “Cefa”). Abramo e Sara, alleati di Dio, inaugurano la grande genealogia
di quel popolo in cui Dio rivelerà la sua salvezza a tutto il mondo. Abramo
deve rispondere all’alleanza offertagli da Dio con un suo impegno: la
circoncisione, descritta come un segno dell’alleanza. La pratica della
circoncisione era molto diffusa nell’antichità ed è tuttora praticata in
diversi continenti. E’ un’usanza antichissima ed è difficile rintracciarne il
significato originario. Ignota al mondo cananeo e mesopotamico, la
circoncisione è presente in Egitto, (pare solo per i sacerdoti) ed era forse un
rito che segnava il passaggio dalla fanciullezza alla virilità: Ismaele,
infatti, è circonciso a 13 anni (Gen. 17,25). In Israele, però, la
circoncisione avveniva l’ottavo giorno e rivestiva un valore religioso, come
suggerisce il nostro racconto. Si “recide la carne del prepuzio”
del membro del bambino per ricordare che alla radice stessa della vita c’è
il segno e il sigillo dell’adesione all’alleanza col Dio della benedizione e
della vita. Per questo la circoncisione è imposta a tutti coloro che
fanno parte del popolo ebraico (pena: rifiuto dell’alleanza e la scomunica);
l’insistenza con cui si esorta a osservare questa norma riflette il fatto che
a comporre questo capitolo è la tradizione Sacerdotale (VI sec. a.C.), cioè
persone che vivevano in esilio a Babilonia: la circoncisione doveva, perciò,
essere il segno distintivo dell’ebreo in mezzo agli altri popoli.
Il Profeta Geremia (4,4) e
il Deuteronomio (10,10), però, richiameranno il significato spirituale di
questo gesto parlando della “circoncisione del cuore” e non solo del
“prepuzio virile”. Dio ha fatto balenare ad Abramo il grande futuro che attende
la sua discendenza attraverso il figlio che nascerà da Sara. Ora vuole dare
rilievo anche alla figura dell’altro figlio, Ismaele, nato da Agar; da lui
avranno origine dodici principi, e una potente Nazione, quella Araba. Anche
lui, che ormai ha 13 anni, viene circonciso, proprio per affermare la sua
vicinanza al popolo ebraico. Lo stesso
Patriarca, che non è ancora circonciso, essendo di origine mesopotamica, è
presentato ora mentre viene circonciso a 99 anni: si apre così la nuova era
dell’alleanza con Dio, il cui segni vivo sarà appunto la circoncisione. Passiamo ora a una narrazione di grande suggestione,
ambientata sotto le tende del deserto. Sappiamo già che Abramo risiede nella
zona di Ebron, presso le querce di Mamre (Gen. 13,18). L’episodio riflette una
concezione diffusa non solo nell’Antico Oriente ma anche nel mondo
greco-romano: quella della visita compiuta dalla divinità sotto spoglie umane a
un fedele. All’ospitalità premurosa offerta dal credente spesso si
accompagnava la promessa di un dono: il figlio sospirato. Si tratta, quindi, di
un altro modo per rappresentare il tema della discendenza di Abramo, tema tanto
caro al libro della Genesi. L’ospitalità presso gli antichi orientali era
uno dei doveri fondamentali, ma era anche considerata un onore per chi
ospitava. Ancora oggi, presso i beduini (nomadi che vivono nel deserto),
l’ospitalità è una consuetudine fondamentale. Anche il N.T. raccomanda
l’ospitalità (Rom. 12,13) e la Lettera agli Ebrei (13,2) invita a praticare
l’ospitalità richiamando proprio l’episodio di Gen.18.L’episodio dei tre
personaggi misteriosi che si profilano davanti alla tenda di Abramo, è stato
interpretato liberamente da molti Padri della Chiesa in riferimento al mistero
della Trinità. Questo perché nel testo si parla di tre uomini, ma Abramo (v.3)
parla rivolgendosi ad uno solo (“Abramo vide tre uomini e ne adorò uno solo”,
dice S. Ambrogio). Si è visto qui, un riferimento all’unicità di Dio in tre
persone. La narrazione è inizialmente tutta contrassegnata da sontuosa
ospitalità che è offerta da Abramo, secondo i canoni dell’accoglienza cordiale
riservata all’ospite in Oriente. Abramo, corre, si affretta, anche Sara si
mette in fretta al lavoro e il servo si affretta a macellare il vitello già
tenero. Tutta la scena è piena di tensione e di movimento. Focacce, carne,
latte acido e fresco sono imbanditi agli ospiti seduti a mensa. “Tre staia
di farina”, “staia” in ebraico “seah” indica una misura di capacità usata
per i solidi, che può equivalere a 7 o anche a 12 litri circa. “Il latte”
usato era soprattutto quello di pecora o di capri, “fresco”, cioè appena
munto, veniva usato come bevanda dissetante. Il latte veniva anche conservato
in otri, dove inacidiva rapidamente, ma era comunque bevuto volentieri dai
nomadi per rinfrescarsi. Abramo - che all’inizio del racconto era seduto - ora
è in piedi, in atteggiamento di servizio. Durante il pranzo i tre personaggi
prendono l’iniziativa di spiegare la loro presenza. La conversazione ruota
attorno alla promessa di un figlio.Abramo ormai vecchio e Sara in menopausa, e
senza rapporti sessuali col marito, rimangono scettici di fronte a
quell’annunzio così circostanziato (“tra un anno Sara avrà un figlio”). Sara
che, come donna, non è ammessa al dialogo e al banchetto ma sta all’ingresso
della tenda, pronta al servizio; all’udire quelle parole “ride”.
A questo punto si profila in quegli uomini il volto del Signore che interpella
la donna sulla sua incredulità: “C’è forse qualche cosa che sia impossibile per
il Signore?” (v.14). Si assiste, allora, a una schermaglia tra il Signore e
Sara proprio attorno a quel riso che esprimeva il dubbio umano. Ritorna,
quindi, il simbolo del “ridere” incredulo, che avevamo già incontrato nel
capitolo precedente, là messo sulle labbra di Abramo (17,17). Tutto questo prepara
il significato che si attribuirà al nome “Isacco” (verbo ebraico “Sahaq”
- “ridere”), il figlio che alla fine nascerà a Sara e ad Abramo; come vedremo,
quel nome sarà interpretato come “un sorriso del Signore” (Gen. 21,6).Ora è il
momento del congedo. Abramo accompagna i tre ospiti fin verso il Mar Morto e da
un monte mostra loro il panorama di Sodoma, la regione prospera ove risiede
anche suo nipote Lot, dopo la sua separazione dal clan di Abramo (descritta in
Gen. 13). E’ qui che la scena si carica improvvisamente di tensione e di
paura. Il Signore, che si cela in quei tre uomini, decide di rivelare al suo
fedele Abramo ciò che egli sta per compiere nei confronti degli abitanti
malvagi e corrotti di quella regione. Dalle città di Sodoma e Gomorra sale a
Dio come un grido di peccato e di ingiustizia. Con un’immagine umana si
presenta allora il Signore in ispezione: egli la compie attraverso i tre
personaggi che Abramo aveva appena ospitato.
Ma il patriarca,
consapevole della tragedia imminente, apre una specie di trattativa con Dio per
allontanare il rigore della sua giustizia. Alla base di questa discussione sta
un interrogativo preciso: davanti a Dio ha maggiore peso la cattiveria di
molti o la bontà di pochi? Dio è pronto a dare più importanza al bene, anche se
minoritario, perché il suo amore è superiore alla giustizia, come spesso si
dirà nella Bibbia. Abramo ha, quindi, fiducia in Dio e nell’uomo. Purtroppo,
però, la storia umana si rivela come un tessuto continuo di male e di peccato.
Abramo si presenta ora come l’intercessore, che cerca di sollecitare l’amore e
la misericordia del Signore. Abramo che si appella alla giustizia di Dio
intercedendo per Sodoma e Gomorra. Le grandi figure religiose di Israele sono
spesso presentate nella Bibbia come intercessori: Mosè intercede per il suo
popolo (Esodo 32, 30-35; Numeri 14, 13-20; 16, 20-22) e così Samuele (1 Sam.
7,5; 12, 18-19). Quando si vuole affermare che una decisione di Dio è
irrevocabile, si dice: “Anche se si presentassero Mosè e Samuele al mio
cospetto, non avrei cuore per questo popolo” (Geremia 15,1).
Abramo intercede a favore
di queste città con profonda umiltà: “io che sono polvere e cenere”;
questi due elementi (polvere e cenere) nell’A.T. sono un segno di pentimento
e penitenza (Giobbe 42,6; Giona 3,6). Abramo esprime così la sua indegnità
di creatura di fronte al suo Signore. Il dialogo tra Dio e Abramo è tutto
ritmato, da un lato, sul progressivo assottigliarsi dei giusti proposti, per
fermare il giudizio divino su Sodoma e Gomorra (50 - 45 - 40 - 30 - 20 - fino a
10 giusti).Nella concezione degli antichi il numero 10 indica il più piccolo
dei gruppi. Se sono meno di 10, i giusti saranno salvati singolarmente.
Nella tradizione giudaica “dieci” è il numero minimo di uomini richiesto per
poter celebrare la preghiera liturgica.
La discussione tra il Signore e Abramo resta sospesa nel finale. Si
dice solo che i due, concluso il dialogo, si separano. Fallita la mediazione di
Abramo perché in Sodoma, non si trova nemmeno quel numero minimo di 10 giusti,
capaci di bloccare la giustizia divina nei confronti dell’enorme massa dei
peccatori, è ora il tempo del giudizio di Dio. I tre personaggi giungono quella sera a Sodoma, davanti alla
casa di Lot, divenuto ormai un cittadino e non più nomade, sono ora “due
angeli”. Si intuisce, così il valore di quei tre uomini, che erano prima
entrati nella tenda di Abramo: essi rappresentano in entrambi i casi, i
messaggeri di Sion. L’ospitalità che Abramo aveva offerto loro è ora ribadita
con insistenza anche da Lot. Ma ben presto si scatena la tragedia della
violenza. Una folla di cittadini di Sodoma si accalca alla porta della casa di
Lot, accecati dal vizio, dall’eccitazione, dalla cattiveria, essi vorrebbero
avere rapporti sessuali con gli ospiti appena accolti. L’orrore che l’autore
biblico prova di fronte a questa scena non è prima di tutto causato dalla
richiesta sessuale, quanto piuttosto dalla violazione della legge sacra
fondamentale del vivere civile: quella dell’ospitalità; tant’è vero che Lot è
pronto persino a cedere le sue due figlie alle voglie di questi bruti, pur di
non mancare a quel primo dovere sociale. Non è da escludere, però, un altro
riferimento; la tradizione ha pensato che l’autore biblico, vuole condannare
in questo modo i culti idolatrici dei Cananei che comprendevano l’omosessualità
sacra. (Per questo sono sorti i termini: “sodomia” e “sodomiti”).
Attraverso il sacerdote o la sacerdotessa (chiamati dalla Bibbia
“prostitute” e “prostituti”), ci si illudeva, intatti, di entrare in comunione
con la divinità per ottenere la fecondità e la fertilità. A questo punto,
però, dopo l’iniquità dimostrata dai Sodomiti, subentra il giudizio divino. La
folla assetata viene colpita “con un abbaglio accecante”; la luce è simbolo di
Dio; essa illumina il giusto e acceca l’empio. In quella cecità momentanea
degli abitanti di Sodoma, si anticipa la potenza del giudizio che tra poco si
scatenerà con un cataclisma dalle proporzioni gigantesche. Ad esso si sottrarrà
solo il giusto Lot e la sua famiglia. La seconda lettera di Pietro 2, 6-8
così interpreta questo episodio di Sodoma e Gomorra: “Dio condannò alla distruzione
le città di Sodoma e Gomorra, riducendole in cenere, ponendo un esempio a
quanti sarebbero vissuti empiamente. Liberò invece il giusto Lot, angustiato
dal comportamento immorale di quegli scellerati. Quel giusto, infatti, per ciò
che vedeva e udiva mentre abitava in mezzo a loro, si tormentava ogni giorno
nella sua anima giusta per tali ignominie”. Come Noè, anche Lot è salvato dal giudizio
divino che ora viene attuato non attraverso l’irruzione delle acque, ma con il
fuoco. Infatti, come il diluvio rifletteva la situazione geografica della
Mesopotamia, così il cataclisma che distrugge ora le due città peccatrici
riflette la particolare situazione geografica della zona attorno al Mar Morto,
bruciata dal sole e segnata da antichi sconvolgimenti tellurici che l’autore
cerca così di spiegare: quell’orizzonte inospitale, che ancora oggi
impressiona il visitatore, è visto come il risultato del giudizio divino sui
peccatori di Sodoma. Lot per la sua generosa ospitalità, e per il
suo legame con Abramo, è salvato e riesce a ottenere di rimanere nei pressi
della regione in cui era vissuto: cerca una “piccola città” di nome “Zoar”,
ove riparare (si spiega, così, il nome di quel centro che può essere riportato
a un verbo ebraico: “so’ar” che significa “essere piccolo”). Una
pioggia di zolfo e fuoco, che pare alludere a una eruzione vulcanica,
distrugge città e abitanti. L’invito a non voltarsi indietro è comune in molti
racconti antichi. L’idea è probabilmente quella che l’uomo non può vedere
la divinità mentre essa sta operando. Nelle parole di Gesù l’esempio della
moglie di Lot ritorna per invitare gli uomini a non voltarsi indietro attardandosi
e distraendosi nel giorno in cui il Figlio dell’uomo si manifesterà (Lc. 17,
28-32).
Gli studiosi affermano che
il racconto della distruzione di Sodoma e Gomorra presenta alcuni elementi “eziologici”,
si cercherebbe, cioè, di spiegare la “causa” di fenomeni naturali che
si verificano abitualmente. Difatti della famiglia di Lot, l’unica a non
salvarsi è la moglie che, attardandosi e distratta, diventa una “colonna di
sale”. E’ facile vedere in questo episodio, non raro nell’antichità, il
tentativo di spiegare un promontorio o una incrostazione salina sulla riva del
Mar Morto, che aveva apparentemente il profilo di una donna. Ancor oggi sulla
strada che conduce alla moderna Sodoma (396 m. sotto il livello del mare), si
incontra una colonna di sale detta “la moglie di Lot”.Un silenzio di morte
occupa la scena: Abramo, spettatore di questo panorama raccapricciante, vede
solo il fumo che sale al cielo dalle rovine delle due città distrutte. A questo
punto l’attenzione si sposta su Lot e sulla storia della sua famiglia riparata
a Zoar. Le due figlie, che vivono in solitudine, sono atterrite dall’idea di
restare senza una discendenza che continui nel futuro il nome della famiglia.
Ricorrono, allora, a un espediente sconvolgente: ubriacato il padre Lot, lo
costringono, tra i fumi dell’alcool ad avere un rapporto sessuale con loro.
Rimaste incinte danno alla luce due bambini: il primo è chiamato “Moab”
(“ab”-“padre”) e il secondo “Ammon” (“Ben-‘ammì”= figlio
del mio popolo”). E’ chiara la finalità di questo racconto proprio a partire
dai due nomi. Si tratta, infatti, degli antenati di due popoli: i Moabiti e
gli Ammoniti, popolazioni confinanti con Israele, che abitavano a ovest
del Giordano. L’autore biblico fa
risalire l’origine dei due popoli a un atto incestuoso (l’incesto
era considerato un atto molto grave e infamante. Tale è ritenuto anche da Paolo
che, in Cor. 5, rimprovera la comunità cristiana di quella città perché
tollera che uno dei suoi membri “conviveva con la moglie di suo padre”). Si
manifesta così il disprezzo nei confronti di questi due popoli. Questo può
anche essere spiegato nel quadro delle relazioni spesso conflittuali e ostili
che Israele ebbe lungo la sua storia con quei popoli. Pertanto il testo
biblico presenta dunque l’origine di queste due Nazioni come impure, essendo
causata da un incesto. Il racconto, però, contiene in se un altro aspetto
significativo. Nella storia dell’Antico Oriente la discendenza era
fondamentale non solo perché assicurava la continuità di una famiglia e di una
stirpe, ma anche perché permetteva di sopravvivere oltre la morte nel sangue e
nel ricordo dei figli e dei posteri. Il destino ultraterreno era, infatti,
ancora incerto e confuso nella fede ebraica antica. Si spiega, così, il folle
desiderio delle due figlie di Lot di avere un figlio per “far sussistere
una discendenza dal loro padre”.
Nessun commento:
Posta un commento